Ci sono rimasto male ieri sera quando ho visto la paura negli occhietti di Andrea, perché a causare quello sguardo ero stato io. Eravamo nella fase della lotta per la nanna, quella specie di guerra quotidiana che si innesca quando è il momento di stenderle la jena e mandarla in letargo.

Per riuscire a farlo appisolare, abbiamo addirittura scelto di raggiungere a piedi il ristorante dove ci aspettavamo amici. Niente da fare. Il nanetto malefico resisteva e tutte le volte che abbassavo lo schienale del passeggino si aggrappava alla struttura per raddrizzarsi. Come dire: tu abbassa pure lo schienale, tanto io resto dritto comunque.

Secondo tentativo prima della cena, quando ormai eravamo a destinazione. Niente da fare. Quando la tati stava tornando verso il ristorante, ho intercettato il magnifico duo e ho strappato il bombolino alla mamma. A quel punto ho cominciato a giochicchiare sollevandolo verso l’alto, fino a che l’ho “lanciato” in aria, cosa che per altro di solito piace tanto a lui quanto ai bambini in genere.

Chissà per quale variabile, si è spaventato per qualche cosa, si è irrigidito tutto e ha prodotto uno sguardo che pareva quello di un altro bambino. Non vi dico quanto male ci sono rimasto.

Non ci è voluto molto per riportarlo all’abituale sorriso, ma in un secondo mi si è aperto un mondo. Non so perché ma ho visto un film, di quei bambini che quello sguardo ce l’hanno per mille ragioni serie. Brutta sensazione.

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Pomeriggio d’estate. Caldo, molto caldo. Così caldo che si prevedono temporali violenti e nubifragi pericolosi. Per fuggire dalla noia della città, abbiamo optato per un weekend al Garda.

Non ci veniamo mai ma é un posto bellissimo, una sorta di mare solo che é più vicino. Non so perché lo si consideri cosi poco, sarà l’eterno campanilismo con i bresciani.

Il nano si fionda in piscina, gioca come un matto e cade svenuto nel passeggino, si sveglia e ha fame.

Il bravo papà prende la frutta, lo porta al bar e gli dà la merenda. Lo tiene in braccio e lo imbocca con la mela e fragola biologici. Un quadretto da libro cuore. De amicis é dispiaciuto perché é vissuto troppo presto per narrarlo: avrebbe rinunciato al patetico tamburino sardo per raccontare questa storia.

Solo che ad un certo punto é un po’ come quando si interrompe una canzone melodica in un film e cambia scenario.

Ho la sensazione di qualcosa di caldo addosso. Una sensazione che cresce. E al caldo si affianca il bagnato. E una certezza: mio figlio mi sta pisciando addosso.

Sembra abbia bevuto tutto il lago, non smette più. Maglietta, costume, sedia del bar. En plein.

Sarà pure santa, ma lo sguardo assente e indifferente del nano era quasi diabolico..

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Sono semplicemente impressionato dall’evoluzione di un bambino. Non il mio, nel senso non il mio in particolare, ma da come cambino e quanto velocemente, trasformandosi da bambolotti ad esserini pensanti.

La premessa doverosa è che io sono pazzo di Andrea, per cui non ho alcun tipo di oggettività nel giudizio, ma sono anche un fine osservatore e le piccole sfumature quotidiane sono impressionanti. Ancora una volta sottolineo che la considerazione non è “mio figlio è un fenomeno”, ma “i bambini sono davvero uno spettacolo”.

Immagino che la risposta di molti possa essere: “meno male te ne sei accorto tu, perché prima non l’avevamo notato”. Be’, io lo vedo adesso, che devo fare?!?

Tutto è cominciato con il primo passo in avanti: comprendere come fosse fatto lo scatolino della frutta, quello con la mousse di mela che gli piace tanto. Da allora posso toglierne uno dal frigo solo se è distratto o se lo camuffo da cavolfiore! Estrarre il barattolino eludendo la sorveglianza e la successiva pretesa di consumarne il contenuto è ormai impresa ardua.

Poi è stata la volta della musica: basta accendere la radio perché il nanetto cominci a tenere il tempo con la testa, muovendo il capoccione a tempo con il disco che sente in sottofondo e se la canzone è gradita appare anche un ditino verso l’alto per scandire il ritmo. La hit parade vede molto in alto i dischi allegri come tacatà, ai se eu pego e balada.

Poi è venuto il momento del “pronto?” Non so da chi abbia imparato, ma appena sente “pronto?!?” prende qualunque cosa abbia in mano e lo porta all’orecchio. Il punto è che l’automatismo scatta anche quando in modo del tutto occasionale io magari dico alla tati “sono pronto ad uscire”. Il “pronto” è un codice che lo attiva anche se nel contesto sbagliato. Sembra un po’ uno di quei film psichedelici anni 70, quelli in cui c’era una parola chiave che attivava l’assassino.

E dopo il pronto venne l’ “MMMMMMMMMMMMMMMM”. Questo è legato al cibo. Traduzione: “lo assaggerei volentieri”. Peccato che venga pronunciato qualunque cosa gli passi davanti. Ha preso molte cose dal papà, ma su una non ci sono punti di contatto: il cibo. Io sono iper selettivo, mangio poche cose, sono molto difficile nei gusti, al nanetto basta che sia qualcosa da mangiare poi va bene qualunque cosa. Ieri mattina aveva una fetta biscottata in una mano, una fetta di pesca nell’altra e mangiava la marmellata dalla fetta biscottata della mamma. Per altro non ha impiegato molto a scoprire che la fetta biscottata con la marmellata era meglio di quella “nuda”. il tutto accompagnato da “MMMMMMMMMMMMMMMM” da circa un quarto d’ora di durata.

Un’altra cosa che mi ha impressionato nell’evoluzione è la capacità attuale di mostrare ed indicare cosa voglia. Credo si definisca “avere le idee chiare”, segno del fatto che nella testolina si stanno formando pensieri abbastanza lucidi.

Però una delle cose che mi diverte di più è l’evoluzione nel gioco. La settimana scorsa ha scoperto il nascondino. Lui è il cacciatore, a bordo del suo girello, che gira per la casa in cerca della preda. Quando ti trova nel tuo nascondiglio diventa letteralmente matto e si capisce che vuole ricominciare a giocare. Potrei passare ore a vederlo ridere e con quello sguardo curioso che si muove dentro casa… Mi fa impazzire la capacità di comprendere quali possano essere i nascondigli e il movimento che di volta in volta si fa più “circospetto” e più attento.

Una dimostrazione pazzesca di come l’esperienza modifichi le abitudini. Adesso ci manca solo che impari a cucire i palloni, come i bambini di alcuni paesi sfortunati del mondo, così lo mandiamo a lavorare. 🙂

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Doveva capitare, prima o poi la parola doveva arrivare. La prima per altro. Di una serie che chissà quanto sarà lunga.

Se ha preso dal papà, molto.

Se ha preso dalla mamma, pure.

E l’infame che parola ha scelto da articolare bene, anzi, benissimo? Mamma.

Questa mattina mi sono svegliato così: un piede piantato in un rene e un ragnetto che giocando con il ciuccio diceva: M-M-M-A-A-M-M-A!

Alla noia, in continuazione. Appena me ne sono reso conto, ho risposto con un P-A-P-P-A, P-A-P-A’, ma niente. L’infame procedeva imperterrito così: M-M-M-A-A-M-M-A!

Nemmeno tentare di distrarlo o mandarlo in confusione serviva. M-M-M-A-A-M-M-A! E ancora, M-M-M-A-A-M-M-A!

L’ho buttata sul teorico… La statistica dice che la prima parola nel tot dei casi bla bla bla.

Niente.

M-M-M-A-A-M-M-A!

Che poi é due volte infame perché non lascia dubbi. Tra pappa e papà l’incertezza resta, ma M-M-M-A-A-M-M-A! é inequivocabile.

Il primo atto di alto tradimento… TU QUOQUE?!?

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