Ogni tanto leggi notizie che pensi non possano essere vere.

É capitato anche venerdì, mentre ero in volo sopra un posto lontanissimo, quando ho intercettato la notizia della strage di Corinaldo.

Da un lato ho provato subito un po’ di rammarico per aver detto più volte alla radio che ascoltare Sfera Ebbasta fosse secondo me letale. Ma soprattutto perché da molto lontano sembra impossibile che possano ancora capitare cose di questo tipo.

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Oggi ho accompagnato il nanetto di casa, che è acceso tifoso della Juve, a Verona per vedere CR7 nella prima partita di campionato tra Chievo Verona e Juventus.

Un match a Verona è sempre un piacere, soprattutto se volete viverlo in serenità con la famiglia. Oggi ero a stretto contatto con tifosi del Chievo, in mezzo a molti tifosi della Juve e la convivenza tra i due mondi era del tutto pacifica e serena.

Ma come detto il vero motivo per un viaggio fino a Verona era l’occasione di vedere in un luogo relativamente vicino la prima partita ufficiale in serie A di CR7.

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E’ sempre strano quando il calendario segna la data del 30 giugno. E’ un po’ come essere tagliato in due pezzi quasi simmetrici, uno schiacciato verso il basso, l’altro proiettato verso domani.

30 giugno 2007.  Chiude Play Radio.
30 giugno 2007. Il giorno in cui compro il mio primo iPhone.

Probabilmente l’investimento di 600 dollari non era altro che una spesa consolatoria, per cancellare la tristezza di un fallimento clamoroso come quello di Play Radio.

Ho lasciato RTL 102.5, dove da poco ricoprivo la carica di Direttore generale per abbracciare un progetto ambizioso quanto curioso, perché il mandato era quello di preparare la radio di domani. Forse però io avevo capito male il compito assegnato.

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Internet favorisce gli estremi. Pensavo che il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi. Mi sbagliavo.

La triste realtà sul web
I sassolini nelle scarpe possono restare a lungo, ma arriva prima o poi il momento in cui bisogna toglierli.
Ieri la mia squadra del cuore, l’Atalanta, ha pareggiato con il Milan è quel punto vale il ritorno in Europa dopo 26 anni.
Vabbè, ma i sassolini cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano.
Per quasi 6 anni, ogni lunedì sera, ho partecipato come ospite fisso ad una trasmissione televisiva dedicata proprio alla squadra dell’Atalanta: ho visto passare diversi allenatori, anche diverse proprietà, con un minimo comune denominatore, cioè una squadra piena zeppa di vecchie glorie, giocatori ormai quasi alla fine della loro carriera è solo sporadicamente, quasi per caso, giovani in campo in arrivo dalla primavera.
Se contate i grandi nomi usciti dal vivaio dell’Atalanta in quegli anni, vi avanzeranno un po’ di dita, perché negli anni di quella trasmissione i giovani usati erano davvero pochi.
Vabbè, ma i sassolini non si capisce ancora che cosa c’entrino!
Adesso ci arrivo.
Nella famosa trasmissione del lunedì, ospite del sempre paziente Patrizio Romano, avevo l’abitudine di contestare quel modo di gestire la squadra.
Non mi piaceva un’ Atalanta piena di giocatori un po’ alla frutta, in alcuni casi quasi bolliti, che sistematicamente nella seconda metà del campionato tirava a vivacchiare con risultati da esaurimento nervoso.
Ok, va bene ma i sassolini?
Quando esprimevo quei giudizi, venivo deriso dai tifosi più accesi, tacciato dagli esperti giornalisti di essere il bastian contrario e tante varie amenità, che ad un certo punto mi hanno fatto pensare che quello del calcio non fosse il mio ambiente.
Quando esprimevo il mio disappunto per il gioco che vedevo fatto dall’Atalanta  con l’allenatore Colantuono, mi davano del pazzo perché era quello che aveva fatto il record di punti.
Ok, ok, va bene, ma ancora non abbiamo capito bene cosa c’entrino i sassolini.
I sassolini sono quelli che vorrei togliermi oggi, dopo che l’Atalanta è tornata in Europa a 26 anni di distanza dalla precedente esperienza e guarda caso lo fa dopo una stagione in cui ha giocato con un allenatore aggressivo, che ha proposto calcio spettacolo, usando quasi ed esclusivamente giovanissimi.
Sarà un caso, ma nel primo anno in cui si comporta nel modo che ho sempre sognato negli anni scorsi, finisce in Europa.
Ma questa è la mia settimana fortunata, perché qualche giorno fa la società anche comprato il vecchio stadio che rimetterà a nuovo, e allora ecco qualche altro sassolino.
Quando fu presentato un progetto da 280 milioni di euro per costruire uno strano oggetto non identificato che era un po’ stadio è un po’ parco acquatico, nella stessa famigerata trasmissione di Patrizio Romano a più riprese ho scritto che secondo me il progetto era da manicomio e che l’unica strada per la città, per dimensioni, per compatibilità con l’ambiente, anche solo per una questione di rispetto della nostra storia, fosse quella di ristrutturare lo stadio.
Ovviamente, anche allora venni tacciato di essere un gufo, di remare contro, di non capire la qualità e l’importanza del progetto, di essere contrario sempre e comunque.
Incredibilmente, dopo quasi 10 anni succede esattamente quello che qualche anno fa mi dicevano fosse un’idea da pazzi e contraria al bene della squadra.
Oggi sono felice, perché anche una piccola realtà come quella della mia città torna a fare festa e a farsi strada in mezzo a chi ha molti più soldi, molti più mezzi e tra l’altro anche molti più  “utenti”,  dettaglio non indifferente quando si deve pensare al potenziale economico.
Ma solo due volte felice, perché oltre esserlo per la squadra è per i suoi tifosi più appassionati, lo sono anche per me.
Non ero così pazzo allora, forse qualcuno dovrebbe chiedere scusa.
E mi accorgo che ancora una volta aveva ragione la più grande filosofa dell’era contemporanea, mia nonna, che mi ripeteva in continuazione che il tempo è galantuomo.
Adesso, senza sassolini nella scarpa, posso godere della mia passeggiata domenicale camminando più spedito.
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Oggi è stata una giornata intensa, per alcuni versi curiosa, perché non mi aspettavo tanto interesse rivolto alla storia del tutto personale, che ho raccontato ieri attraverso una lettera a Bergamonews.

Ho letto centinaia di commenti, visto altrettante condivisioni dell’articolo, quasi un migliaio di apprezzamenti,  che mi hanno fatto pensare che forse il mio non sia un caso isolato e forse ho fatto sentire anche la voce di chi in certe occasioni non sa bene come reagire.
Però ci sono alcune cose che mi piacerebbe far notare: credo nella partecipazione attiva dei cittadini, ma anche nel rispetto delle persone,  pure quando sbagliano. Troppo spesso la voglia di far sentire la propria voce si trasforma in un’aggressività verbale che diventa un autogol e mette le ragioni del contendere in secondo piano.
Generalizzare, aggredire, insultare, anche con un messaggio su Facebook rischia di essere una pratica peggiore di quella che si vorrebbe stigmatizzare.
Ci tengo tantissimo a sottolineare un dettaglio: la mia non è una battaglia politica, ma di civiltà. Non credo in alcun modo che un sindaco o un assessore possano trovare strumenti per impedire a priori che alcuni fatti avvengano: la responsabilità è dei singoli, aggredire un’intera categoria o spostare il peso delle responsabilità su terzi è un errore.
L’amministrazione comunale mi ha tempestivamente trasmesso la volontà di approfondire l’accaduto, che è l’unico obiettivo della mia lettera di ieri.
Non ho ragioni per guerre di religione, ideologiche o per insultare un’intera categoria, che rispetto e  il cui lavoro è importante per la comunità. Ma se qualcuno sbaglia, se devia dalla missione del proprio lavoro,  soprattutto se pubblico,  è interesse di tutti, ma soprattutto di chi quel lavoro lo svolge con dedizione e passione che si faccia luce sui fatti.
Un ultimo dettaglio: la mia lettera di ieri, così come ogni opinione che leggete in queste pagine è frutto delle mie idee personali, che non coinvolgono e non riflettono la posizione della mia azienda; quelle che leggete sono le parole di un privato cittadino, che ogni tanto cerca di alzare la voce e per farlo sfrutta la conoscenza di meccanismi che conosce bene perché li usa ogni giorno per il proprio lavoro.
PS: grazie per tutti i messaggi di solidarietà e sostegno, sono un toccasana.
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