Oggi leggevo una notizia che mi ha riempito di gioia, perché quando la nostra eccellenza viene riconosciuta secondo me è sempre un bel momento.

Lo studio di Architettura Traversi e Traversi, che opera nella mia città, Bergamo, è stato premiato a Londra per la realizzazione della nuova chiesa dell’ospedale.

Qualcuno potrebbe ricordarsi, ne avevo parlato in questo articolo, sottolineando la meraviglia che avevo provato (e anche un po’ di orgoglio) perché entravo in una struttura che mi sembrava di un altro mondo, per la qualità e la creatività con cui è stata realizzata.

Un livello di professionalità riconosciuto anche a livello internazionale, con i premi conferiti a Londra. Il premio è stato assegnato ai “Surface Design Awards”, in due categorie, “Public Building Interior Surface” e anche “Supreme Award”.

Conosco i due architetti che sono stati premiati e sono davvero contento per il risultato da loro raccolto. Ma poi ho dato un occhio ai messaggi nei commenti collegati all’articolo di giornale che ne dava notizia.

Leggere l’acredine, la negatività, la solita incapacità di gioire di chi mi circonda (perché vive nella mia città) mi dà un senso di depressione senza fine.

ma sono gli stessi architetti che hanno scelto le palme siciliane della hospital street? in tal caso nessun complimento finchè non pagheranno per gli errori di progettazione del nuovo ospedale.

Il primo architetto/ingegnere ha espresso il proprio parere motivato. Niente di più facile che all’ospedale non ci sia nemmeno entrato.

E bravi gli architetti….. chissà se si ricordano qualche volta anche i nomi dei tanti collaboratori che gli hanno veramente progettato l’opera.

e vai con il secondo (su tre) commento, impregnato della mentalità che sta uccidendo una delle città più belle d’Italia.  Lo schema mentale è quello del “sì, però…” per cui comunque c’è sempre qualche cosa che non va.

Si può fare qualche cosa per questi qui?!? A meno fanno una tristezza pazzesca, il problema è che questa è la mentalità dilagante, quella per cui non va mai bene niente.

Abbiamo un ospedale pazzesco, un pezzo di fantascienza atterrato in città, funzionale, comodo, moderno, con all’interno professionalità all’avanguardia, ma conta di più che il parcheggio sia a pagamento.  E molti ne parlano senza mai nemmeno averlo visitato, senza nemmeno aver toccato con mano il livello strepitoso di assistenza che viene fornito da chi ci lavora.

Abbiamo un esempio di architettura che viene premiato a livello internazionale, un modo come un altro per mettere in vetrina le cose belle che facciamo, che porta la nostra città in tutto il mondo con una nota di merito appiccicata, ma non va bene nemmeno questo.

Troviamo il modo di togliere questo peso, togliamo volume ai signor no. Siamo capaci tutti di stare seduti a fare niente, trovando sempre il modo di dire no. Noi abbiamo bisogno di chi va avanti, di chi fa, di chi sbaglia e poi ricomincia.

Il “no” è la peggiore epidemia che ci ha colpito e che non riusciamo a sconfiggere, facciamo qualche cosa, prima che questa abominevole razza abbia il sopravvento.

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Tempo di lettura:2 min

Scusate, voi che leggete lontano da Bergamo e che probabilmente non sarete tanto interessati all’argomento.

Nella mia città, Bergamo, è in corso una situazione piuttosto surreale. Il prefetto della città, il cui nome al momento mi sfugge, ha deciso che da domani ritirerà la licenza del Baretto che sta di fronte allo stadio, perché quel luogo frequentato dai tifosi che spesso sono protagonisti di intemperanze.

Sarebbe come dire che da domani verrà ritirata la licenza ad ogni bar frequentato da persone senza permesso di soggiorno, perché i proprietari hanno la colpa di non aver verificato l’identità dei loro clienti.

Ma non basta, perché da diverse settimane lo stesso prefetto vieta ai tifosi locali di entrare allo stadio se non provvisti di tessera del tifoso.

Sarebbe come dire: forse un giorno tu guiderai un camion, per cui ti è vietato oggi guidare la macchina perché un giorno potresti violare il codice della strada senza la patente specifica.

Questo è un atteggiamento dello Stato che onestamente io detesto profondamente. Non che i tifosi non abbiano delle colpe. Tra l’altro, io a loro non sto neanche molto simpatico. Per cinque lunghi anni ho partecipato in qualità di ospite ad una trasmissione televisiva dedicata alla squadra di calcio della città, l’Atalanta.

In quella occasione mi veniva chiesto di andare controcorrente, di fornire una lettura degli eventi un po’ diversa dal sentire comune e spesso in rotta di collisione proprio con le posizioni dei tifosi.

Sono quello che quando è stata fatta una manifestazione a favore di Doni (il giocatore coinvolto nello scandalo scommesse) chiedeva un po’ più di prudenza, come sia andata lo sappiamo.

Sono quello che, quando il presidente della squadra ha presentato un progetto da 250 milioni di euro per lo stadio a Bergamo, ha detto a più riprese che era semplicemente irrealizzabile e dal mio punto di vista una sorta di presa in giro. Allora i tifosi mi dissero che gufavo contro lo stadio, non si capisce perché, ma sappiamo com’è andata. quel progetto è finito dove è logico che andasse, nella spazzatura. non perché fosse brutto, ma perché se Torino spende 80 milioni per fare lo stadio è altamente improbabile che Bergamo possa spendere 250.

Scrivo questo, perché le mie considerazioni sul caso di questi giorni non vengono dal fatto di essere inserito nella cerchia degli amici dei tifosi, tutt’altro.

Ma c’è un limite a tutto, anche ai soprusi di uno Stato, che non può limitare la libertà delle persone in modo preventivo solo perché non è in grado di gestire la sicurezza pubblica.

Per me i tifosi devono essere liberi, come chiunque altro, di andare dove vogliono quando vogliono. Se violano la legge, lo Stato, dopo che hanno compiuto un reato, deve essere in grado di prenderli e di punirli duramente.

Ma questo vale non solo per chi va a a devastare gli stadi o le aree limitrofe, ma vale per chiunque violi la legge, in qualunque modo, in qualunque momento.

Perché se il principio è impedire alle persone di fare liberamente ciò che vogliono solo perché un giorno potrebbero comportarsi male, potrebbe significare un giorno vietare di guidare perché potremmo investire qualcuno per strada.

E gli esempi potrebbero essere decine e decine.

Il Baretto di fronte allo stadio, oltre ad essere un bar è anche un’edicola, è lì da quando io sono nato, dà lavoro alle persone, è un servizio per chi vive nella zona. Chiuderlo solo perché le frequentazioni sarebbero poco raccomandabili secondo me é una vera castronerie, anche se lo dice il prefetto.

Tutto sommato, non capisco perché non lo dicano ad alta voce anche le autorità cittadine. Quando in gioco c’è il prefetto c’è sempre una sorta di timore reverenziale, di deferenza, che onestamente non capisco.

Lo Stato dovrebbe lavorare per il cittadino, non il contrario, così anche coloro che lo rappresentano. Non dovremmo essere noi ad inchinarci di fronte al prefetto, ma forse il contrario.

Dovrebbe essere il prefetto, nel suo ruolo di terminale dello Stato sul territorio, ad ascoltare ciò che i cittadini dicono. E in queste ore un quartiere sta dicendo che la decisione presa è probabilmente sbagliata. Non lo dicono solo i tifosi, ma anche coloro che vivono intorno a quel luogo e che conoscono bene le persone che lo gestiscono

A questa decisione, si aggiunge quella di chiudere ogni domenica lo stadio a coloro che non hanno la tessera del tifoso. Io non ce l’ho. E non la farò.

Eppure due domeniche fa, quando vigeva il divieto per i tifosi bergamaschi di andare in trasferta, io sono stato ospite di un’azienda dentro stadio di San siro a vedere la partita.

Ho dato le generalità, il mio codice fiscale, la mia carta d’identità, quindi che fossi residente in provincia di Bergamo era chiaro ed evidente.

Eppure, nonostante il divieto di trasferta, sono liberamente entrato allo stadio senza alcun limite.

È la prova che certe decisioni, oltre che sbagliate, sono anche applicate in modo bizzarro e con un sacco di buchi.

Ecco perché spero, anche se so che non lo farà, che il prefetto cambi idea, perché lo stato anziché di forza dovrebbe dare prova di intelligenza.

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Quando me le ripeteva in continuazione, non avrei mai immaginato che le frasi di mia nonna potessero rimanere poi nella mia memoria per un tempo così lungo e in modo così nitido.

Una delle sue preferite era: il tempo è galantuomo.

Quella frase mi è tornata in mente ieri quando ho letto una notizia sul giornale cittadino: qualcuno di voi potrebbe ricordare la polemica, secondo me delirante, che ci fu un paio di anni fa quando la piazza centrale della città vecchia di Bergamo fu allestita come un grande parco verde.

La parte politica della città che allora era all’opposizione gridò allo scandalo, presentando ordine del giorno al consiglio comunale perché si vietasse espressamente l’uso di quella piazza per quelle manifestazioni.

Quello che era da sottolineare è che in circa 10 giorni quell’evento portò circa 200.000 persone a Bergamo per vedere l’allestimento.

In quella occasione io scrissi in questo spazio un articolo in cui espressi tutta la mia perplessità, lasciando spazio solo a due ipotesi: chi si oppone ad una iniziativa di questo tipo è stupido o è ubriaco.

Una testata della città, Bergamonews, riprese il mio articolo e il risultato fu la minaccia di querele nel caso io non lo avessi ritirato.

Ovviamente, perché ho un’altra idea della libertà di espressione, non lo feci, non lo ritirai, modificai solo qualche frase.

Cosa mi tocca leggere oggi, a circa tre anni di distanza da quell’evento? l’amministrazione comunale é cambiata, l’opposizione é oggi al governo e ATTENZIONE quella parte che aveva chiesto di vietare l’uso della piazza oggi chiede di moltiplicare per tre l’evento, facendolo non solo nella piazza vecchia ma anche in altre tre piazze della zona alta della città.

Ovviamente, se dovesse accadere, io sarei particolarmente felice. Ma se fossi nel signore, rinomato professionista e politico di lunga data, che minacciò me di querele perché non ero d’accordo con lui, forse un po’ di vergogna la proverei.

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Credo di avere una nuova malattia. Credo di aver sviluppato l’allergia agli allergici.

Penso di aver raggiunto un livello di saturazione massima rispetto a coloro che hanno sempre una risposta migliore di quella della maggioranza.

Leggo in queste ore diverse ironie sul Web relative a coloro, io sono uno tra quelli, che hanno scelto di mettere come immagine del proprio profilo sui Social network la frase che viene utilizzata in tutto il mondo come risposta alla violenza di giorni scorsi, ovvero “Je Suis Charlie”

Non va bene nemmeno quella. Non è chiaro perché, ma l’importante è riuscire a fare la parte di quelli fighi, quelli alternativi, quelli che non si allineano alla grande massa in ogni angolo del mondo, ma quelli che devono necessariamente dare una visione anticonformista, più originale di quella degli altri, necessariamente fuori dal coro.

In tutta onestà, cari alternativi, avete rotto i maroni.

Cosa c’è che non va nel dare un segno di adesione? Cosa c’è di sbagliato nel manifestare la propria solidarietà? Cosa c’è che vi disturba nello schierarsi in modo del tutto pacifico e simbolico a baluardo della propria idea di libertà?

C’è solo una cosa che non va: voi. Ma la battaglia per la libertà viene fatta anche per chi, come voi, si ostina a dire cazzate anche quando non é il caso di farlo.

Oltre che per la libertà dovremmo combattere anche per qualche dovere: in particolare quello di tacere al momento opportuno. Sarebbe la cosa più alternativa in assoluto, forse per questo non ci riuscite mai.

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Non pare vero, ma anche quest’anno é arrivato. Io alla radio comincio il count down quando siamo ad aprile, quando proprio arrivo tardi comincio a maggio.

E minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno siamo arrivati qui.

Ieri sera sentivo in un bar tra un toast e un caffè una curiosa discussione tra la barista cinese e una anziana milanese: quest’ultima diceva che il natale era triste perché siamo tutti più poveri, la cinese le ricordava che per lei natale non esiste ma invitava l’anziana ba pensare da cosa fosse nata la festa.

Una cinese senza dio (ma in senso figurato) che ricorda ad una anziana donna che forse il natale non si misura con i pacchetti.

Ecco io per quest’anno le ho viste tutte e posso serenamente farvi i miei auguri.

Ho pensato di celebrarlo alla radio con un gioco speciale regalando addirittura un viaggio a new york, ho immaginato una promozione 3.0 che incrociasse il web con la radio, il  futuro con il presente, mettendo in mezzo la magia del viaggio.

Qualcuno ha cercato di barare e quando é stato scoperto ha anche urlato alla disonestà diffamando la radio.

Sono un po’ stanco di tutto questo…. Riusciremo ad avere un natale con un presente migliore? La speranza é l’ultima a morire, ma al quarantaseiesimo natale comincio a nutrire qualche dubbio…

Ma non demordo e vi auguro buon natale con la speranza che sia quello buono.

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Mi piace Milano Porta Nuova, alla faccia di chi vorrebbe solo case di ringhiera e guardare sempre indietro, uno dei mali peggiori di un paese che non sa cambiare.

Quello che é nel nostro passato va valorizzato, custodito, difeso, ma non può impedire che si vada oltre, che si costruisca il domani.

Il domani a Milano é qui. Un grattacielo che é il più bello bel mondo, questo.

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Un quartiere che fa impressione, soprattutto quando si guardano le casette che sono state circondate e abbracciate da questi giganti di vetro e acciaio.

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Mi piace Milano che cambia, adesso dovremmo cambiare un po’ noi, per cavalcare il futuro e non farci travolgere!

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