Passi il tuo tempo a prendere in giro le pubblicità in cui vedi le persone davanti al telefono, che videochiamano qualcuno che é lontano.

Poi, sei tu quello che va lontano e scopri che in realtà quel FaceTime è veramente un simpatico strumento, in grado di trasformare la fredda tecnologia in un sistema di trasporto potentissimo per le emozioni.
Da Sanremo la video chiamata mi permette ogni giorno di spiegare al nanetto di casa che papà non è scappato con una modella bielorussa, non ancora, ma è solo al lavoro.

E devo dire che il sorriso che ho visto accendersi ieri sera sul viso del nanetto è di quelli che valgono tutte le fatiche di questi giorni.

Ma è quando senti un puffetto davanti ad una video chiamata che ti dice “Papo, Io bene tu” che pensi: ma che ci faccio qui?

Forse lo scopo di questo viaggio è proprio quello: ammazzare il tempo per arrivare alla sera per quella video chiamata, che ogni sera è una scoperta.

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Quando dico qui, intendo la città dove il festival si costruisce, quella che da qualche giorno mi ospita.

Vivere Sanremo da “dentro” è davvero qualcosa di particolare.

Prima di tutto va definito che cosa si intenda per “viverlo dall’interno”, io intendo fare un’esperienza nella città dei fiori quando c’è questo evento delirante.

In realtà ci sarebbero anche diversi livelli di “dentrezza”, La discriminante assoluta è il fatto di possedere un pass oppure no.

Chi legge da casa non può capire il livello di frustrazione che alcune persone raggiungono quando non riescono ad ottenerlo: a Sanremo il vero simbolo di forza e lo strumento che è prova del tuo potere è il pass.

Se hai quello della radio, non conti niente perché l’unico posto dove puoi andare, forse è il bar del tuo hotel. Da sempre le radio qui sono trattate come un fastidio, sono praticamente la fortuna di questo festival, perché contribuiscono a costruire tutto ciò che sta intorno ad una mediocre trasmissione televisiva, eppure il loro pass è buono solo per la bacheca dei ricordi.

C’è il pass della sala stampa; se hai uno di quelli, allora vuol dire che conti qualcosa. Non tantissimo, ma comunque quanto basta per cercare di far valere la tua persona.

Ma poi c’è il pass dei pass quello che quando lo metti al collo fai capire subito che non ce n’è per nessuno, sei uno di quelli che a Sanremo contano davvero.

A quel punto, il mondo è tuo.

Io, per evitare di sentirmi un nessuno, il pass non lo chiedo da vent’anni.

Senza pass, mi dedico all’altro modo di vivere il festival: lavoro a ciò che devo fare, semplicemente seguendo una sorta di linea parallela rispetto al teatro e a ciò che ad esso è collegato.

Punti fondamentali sono le reception degli alberghi.

La prima cosa che il buon inviato a Sanremo deve scoprire, è dove siano alloggiati gli artisti.

Per poterlo fare, ci sono due strumenti. Le pubbliche relazioni o orecchie molto lunghe.

Nell’uno o nell’altro caso, l’impresa non è comunque così complicata.

Quando hai raccolto le preziose informazioni, comincia il tuo lavoro, l’inseguimento.

L’inseguimento è una specie di gioco concatenato per cui tu insegui un discografico, che insegue un manager, che insegue un artista.

Alla fine corro tutti, ma nessuno sa esattamente perché ed in quale direzione.

Insomma, non so se è chiaro ma quello che si vive a Sanremo è un gran casino. Che tu sia dentro o che tu sia fuori, comunque la cosa che ci accomuna è il casino.

Tutto sommato, stanno meglio quelli che del festival se ne fregano e qui vengono per andare al casinò.

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