Ve lo dico, il Blog Party è sempre momento divertente, ma quest’anno è un motivo di stress infinito. 

Non per il blog party in sè, ma perché si infila in mezzo ad una serie interminabile di weekend in cui c’è qualche impegno professionale tra l’inderogabile e l’impossibile.

Cercate di non farvi trarre in inganno dalla mia innata capacità di bluffare: anche quando sembro intento a non fare niente, in realtà sono magari in trasferta per qualche impegno di lavoro in cui coinvolgo anche la famiglia!

Da agosto ad oggi, non c’è stato un solo fine settimana in cui mi sia dedicato al mio sport preferito, lo sfondamento del divano. 

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È un po’ di tempo che mi gira in testa un pensiero ricorrente, che mi piacerebbe condividere.

Da quando sono nato sento dipingere il nostro paese come il peggiore del mondo, o quasi. In qualunque momento, a qualunque livello, il mantra che si sente ripetere è che siamo un disastro globale. Avete presente quando qualcuno in tv, alla radio, sui giornali comincia una frase con “in questo paese…”‘?!?

Sono i professionisti del disastro, quelli per cui è tutto brutto, se una cosa può andare male sicuramente accadrà, qualunque cosa si cominci a fare tanto poi andrà in vacca.

Ma è davvero così? Io comincio a dubitarlo.

Entro spesso in contatto, grazie al mio lavoro, con realtà che dicono esattamente il contrario.

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Qualcuno pensava che il tempo sarebbe passato senza che io me ne ricordassi, ma la cosa è impossibile per due ragioni: Antonella e Cristiana, due delle colonne del Blog Party, non me lo avrebbero permesso, la seconda è che il reciclone è un momento imperdibile della mia esistenza.

Cosa è il blog party

Penso che la spiegazione sia quasi inutile, il nome dovrebbe spiegare tutto, ma mai dare nulla per scontato.

Blog Party è un appuntamento annuale tra coloro che da anni consumano le pagine del mio blog. Dovrei anche fare un mea culpa perché non lo seguo come riuscivo a fare in passato, ma rimane sempre un “piezz’e’core”, l’affetto  è immutato, sia per le storie che contiene che per le persone che lo leggono.

E’ un pranzo, che fissiamo in un posto conviviale e per niente formale, dove passiamo qualche ora di sano cazzeggio per il piacere di stare insieme.

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Questa sera ho avuto l’onore di verificare sulla mia pelle chi siano e cosa siano in grado di scrivere i famosi “leoni da tastiera“, soggetti non meglio identificati in grado di inondare di odio e di veleno le pagine web e le bacheche dei social.

Ho pubblicato intorno alle 19 un commento che mi è venuto spontaneo dopo aver letto una dichiarazione del segretario del PD, Maurizio Martina. Nella classifica dei politici che stimo nel mondo credo che Martina sia superato anche dal ministro della giustizia del Congo Belga, di cui in realtà non conosco bene l’identità.

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I giorni come oggi regalano sempre sensazioni strane, sempre che si possa parlare di un regalo.

É ancora una volta il giorno dopo, a poche ore di distanza da un evento tragico in una delle nostre città, evento in cui molte persone hanno perso la vita, in un contesto in cui tutto ti aspetti che accada, tranne che arrivi qualcuno che decide di farsi saltare in aria.

L’impotenza é quella che senti perché ti rendi conto ancora una volta che non c’è difesa contro la follia, o forse l’impotenza é il vero problema di chi ha scatenato questo massacro che sembra non finire mai.

Qualche giorno fa Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter ha pronunciato una frase che mi ha colpito così tanto da riportarla proprio in queste pagine; così, come una citazione.

La sua è una specie di resa, la costatazione che l’arrivo di Internet anziché migliorare il mondo, dando a chiunque la possibilità di esprimersi, l’ha peggiorato.

Non ci sono mezzi termini nelle sue dichiarazioni, la frase estrapolata da una sua intervista si chiude in modo inequivocabile, con una parola che é difficilissimo sentire dire ai giorni nostri da chiunque: non la pronunciano mai i politici, non la dicono nemmeno coloro che portano le aziende al collasso, ma pare vietata anche per  gli allenatori delle squadre di calcio dopo che hanno perso cinque a zero: abbiamo fallito.

Forse anche l’evento di ieri sera è una prova di questo fallimento, perché sembra che non ci sia modo di contenere la forza con cui l’odio dilaga. Ancora una volta, ecco l’impotenza.

Io sono uno di quelli che non crede in una regia centralizzata, orchestrata da qualche paesino di un remoto pezzetto di deserto tra la Siria e l’Iraq, da cui questi combattenti partirebbero per destabilizzare il mondo.

Forse stupidamente semplicemente non credo che le organizzazioni a cui si ascrivono tutti questi disastri siano così sofisticate da riuscire a farlo.

Semplicemente, in modo molto più banale, i predicatori dell’odio  lanciano un messaggio, che nella rete si propaga senza controllo, fino a che non arriva nella testa di qualche essere bacato, che lo trasforma in una ragione di vita fino alle estreme conseguenze.

Ci sono persone che si picchiano per la partita di calcio dei figli, ce ne sono altre che organizzano guerriglia prima di una partita, volete che non ci sia qua e là nel mondo qualche essere la cui testa non funziona al 100% che raccoglie il messaggio e lo trasforma in un piano folle?

Niente reti internazionali, niente messaggi cifrati, niente agenti segreti che si spostano con misteriose valigette da una parte all’altra del mondo, semplicemente qualcuno con una testa malata, che trasforma un segnale in un’ossessione.

E ancora una volta, scatta l’impotenza, perché se un gruppo organizzato che comunica si può intercettare, si può trovare, si può anticipare, con una situazione di questo genere le possibilità di intervenire sono praticamente ridotte quasi a zero.

Quante volte sono uscito da un concerto, quante volte mi sono confuso in uno sciame di migliaia di persone dopo un evento di festa, che lasciava quella traccia di euforia data dalla felicità di aver visto uno dei propri artisti preferiti se non il preferito in assoluto?

Gesti normali, come andare in un centro commerciale, come prendere la metropolitana, il treno, tutto ciò a cui noi siamo abituati. Possiamo pensare di cambiare drasticamente e completamente queste abitudini? È difficile, improbabile, se non impossibile. E da qui, l’impotenza.

Ma forse, noi vinciamo, se questa è una partita, proprio se facciamo dell’impotenza la nostra forza.

Se continuiamo ad andare allo stadio, se frequentiamo i concerti, usiamo i mezzi pubblici, facciamo tutto quello che abbiamo sempre fatto allo stesso modo senza cambiare le nostre abitudini, vinciamo noi.

Se dimostriamo che colpirci in questo modo ci fa sentire più forti e più uniti, vinciamo noi.

Forse non è impotenza,  è solo apparenza.

Vinciamo noi.

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Se non avete mai visto Crosswalk The Musical di James Corden, nella vostra vita manca qualcosa di divertente.

Potete sempre rimediare premendo play sul video che è allegato. Probabilmente sapete benissimo chi è James Corden, uno dei più grandi fenomeni da esportazione che l’Inghilterra ha spedito fino in California per conquistare il mercato americano con la sua produzione Carpool Karaoke.

Geniale.

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