Il primo stadium

Non so se il famoso adagio valga anche per lo stadio, se la serata di ieri si possa tradurre o forse sintetizzare con il primo stadium non si scorda mai. ma ventiquattro ore fa  c’è stato un momento molto speciale per mio figlio.

Siamo andati a Torino allo Juventus Stadium (che per favore si pronuncia con la A, non con la E, si dice STADIUM!), per vedere la partita del cuore.

La prima volta per il nanetto dentro lo stadio. Non solo quello della Juve, intendo la prima volta in assoluto dentro quel catino dove c’è gente che prende a calcio il pallone.

Non è iniziata nel migliore dei modi, perché l’arrivo ha coinciso con il risveglio dalla pennica, che non è mai un momento di socialità elevata.

La prima presa di posizione è stata un rifiuto netto di scattare una foto prima di entrare allo stadio. No way. Non la scatto.

Io ho spacciato una versione diversa, con una leggera alterazione dei fatti: ho scritto  che un atalantino doc non voleva scattare foto davanti al tempio del nemico, ma non era andata esattamente così.

E’ bastato però affacciarsi al balconcino degli Sky box e guardare fuori per avere questa visione.

Immediatamente dopo, l’approccio alle cose del mondo è leggermente cambiato e si è trasformato nella gioia di scoprire qualche cosa di nuovo e di incredibilmente affascinante.

C’è un solo problema: vedere una partita così è un’esperienza entusiasmante e per un bambino può diventare un’abitudine divertente. Sopratutto quando è indeciso se la squadra preferita sia l’Atalanta, il Chelsea o la Juve.

Diciamo che le possibilità di farsi condizionare da questo tipo di ambiente sono particolarmente alte.

Stare dentro lo stadium è un’esperienza pazzesca per i più piccoli, ma lo è anche per i più grandi.

Ciò che si sperimenta è più che sufficiente per capire perché da queste parti si vincano scudetti con la facilità con cui  di solito gli scapoli battono gli ammogliati quando si gioca d’estate al mare:  una macchina perfetta, una sorta di bolla che ti isola da quello che c’è fuori, contribuendo a creare una percezione altissima del marchio Juventus e di ciò che rappresenta.

Dentro questi processi che si avvicinano molto al neuromarketing c’è il mondo semplice di un bambino, che alla fine del primo tempo non vedeva l’ora di andare a casa, ma che insieme mi  chiedeva di tornare per vedere giocare la Juve.

Potrei stare ore a guardare Andrea, quando si fa assorbire da esperienze nuove e si lascia rapire dalle situazioni che non conosce.

Il primo stadium forse è stato solo uno dei tanti giorni pieni di novità per un alberello che cresce e assorbe energia da tutto ciò che lo circonda; io in realtà  spero che possa essere stato anche un altro esempio di come ci sia modo e modo di fare le cose.

La forma non è tutto, la sostanza è fondamentale, ma un gioiello sporco e incartato in un sacchetto del pane  emoziona meno… Lo Stadium è il pacchetto di lusso, intorno ad un gioiello ad 11 facce.

Da non juventino non si può far altro che inchinarsi davanti a ciò che lo Juventus Stadium rappresenta, alla magia che sa trasmettere, alla sensazione di forza e di organizzazione che riesce a comunicare.

C’è solo un problema. Corro il serio rischio di avere una juventino in casa e quello che è ancora peggio è che la colpa sia un po’ anche mia. 😁

 

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