La mia giornata di ieri, sabato, è cominciata come sempre: appena sveglio a quanto il tablet, apro la mia applicazione preferita che aggrega le testate giornalistiche di mezzo mondo e leggo i principali titoli, quindi approfondisco le notizie che trovo particolarmente interessanti.Ieri inevitabilmente la mia attenzione è stata in primo luogo attratta dalla notizia, rivelata dal fatto quotidiano, secondo cui il commissario straordinario di Expo, Sala, avrebbe trucccato i dati comunicati ufficialmente solo qualche giorno fa.

i visitatori non sarebbero infatti 6 milioni, come proclamato, ma 4,1 milioni, a cui bisogna sottrarre circa 10.000 persone ogni giorno che entrano per lavorare, in totale 600.000 persone e un ulteriore numero significativo di coloro che entrano con biglietti gratuiti perché invitati o giornalisti. Non solo, il 15% dei biglietti che rimangono sono emessi la sera, ad un costo di cinque euro, trascinando quindi in basso il prezzo medio del biglietto.

Perché questi dati ci interessano? Solo perché siamo tutti gufi e speriamo che tu vada male? No, per niente: ci interessano perché Expo è un’attività pubblica, perché è realizzata con denaro pubblico e gli incassi fatti con i biglietti di accesso sono fondamentali perché i conti tornino e perché l’evento non sia un altro bagno di sangue pagato (lautamente) con i nostri soldi. 

Expo ha un dovere di trasparenza nei confronti dei cittadini perché quello che fa lo fa con i soldi nostri. Perché gli appalti truccati e gli sperperi già ben noti li abbiamo pagati noi e adesso é ora di dare informazioni molto chiare ai finanziatori dell’evento, cioè noi. 

Cosa fa invece il commissario unico nominato per controllare l’evento? Mente.

E cosa succede quando qualcuno lo scopre?!? Niente!

Corriere: zero notizie.

Repubblica: zero notizie.

Telegiornali: zero notizie.

E noi? Zero interesse.

Cosa volete che sia? In mezzo a tutte le truffe a cui siamo abituati, una in più, una in meno… Il punto é proprio questo: abituati.

Non ci scaldiamo più per niente. Ecco perché, alla fine di tutti i grandi proclami da bar, é colpa nostra.