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C’é qualcosa di magico che cattura la mente di un killer seriale come me e che la rilassa.

La musica brasiliana. Quando passa una certa ora e cala la notte, i Maroon 5 si allontanano e danno spazio alla magia.

Non so come sia ipanema e nemmeno quella ragazza di cui sento cantare, ma queste note sono impareggiabili.

Quando questo disco suona, il serial killer rimanda i suoi crimini a domani.

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Non c’è niente da fare, il mio ruolo è ormai quello del nanetto , sono più piccolo di qualunque cantante mi capiti di intervistare.

In questo caso gli ospiti di radio number one sono gli hooverphonic  un trio belga di cui oggi ho incontrato due componenti, alex che é il capogruppo storico e la nuova voce noemi.

Se vi incuriosisce ascoltare l’intervista verrà trasmessa il giorno sabato 7 luglio alle ore 14

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Il perfetto stile mafioso

Oggi, per una di quelle strane coincidenze della vita, mi sono trovato ad organizzare un incontro a Cavezzo, provincia di Modena. Si prende la A22 del Brennero, si esce a Carpi e in 10 minuti si viaggia verso un paesaggio surreale. Ho perso completamente le parole e anche la forza di estrarre il telefono per scattare delle immagini.

Mi sembrava di violare l’intimità di un dramma di cui forse non abbiamo compreso la grandezza. Troppo mite questa gente per fare scenate in tv. Troppo intento, questo popolo, a rimettere in pista la propria vita per fare dimostrazioni ecclatanti che attirino l’attenzione di tutti noi che la sera torniamo a casa, dando per scontato l’idea di avere un tetto e le comodità collegate.

Fidatevi: la situazione qui è molto peggio di quanto abbiamo percepito, sembra un territorio di guerra dopo un bombardamento, uno scenario spettrale, che lascia senza fiato e senza parole. In campagna le vecchie cascine e i casolari sono tutte transennate ed evacuate, non c’è un segno di vita. Tetti crollati, fienili collassati, intere strutture completamente distrutte.

Piano piano ci si avvicina alla città e compaiono le prime transenne a delimitare i danni o i pericoli più immediati. Prima del paese, in zona industriale, capannoni sventrati senza tetto e con i vetri scoppiati. Poi giri l’angolo e appare il palazzetto dello sport. E’ lì che è allestita la tendopoli, con i container marchiati “ministero dell’interno” che circondano le tende militari. In un angolo il simbolo dell’associazione alpini. Dove serve aiuto, loro non mancano mai.

Ma è entrando in paese che la situazione diventa davvero spettrale. Il centro è zona rossa, totalmente evacuata. La chiesa ha solo la facciata in piedi, l’edificio di fronte, quello che abbiamo visto pericolante dall’elicottero, è stato abbattuto ed è un cumulo di macerie.

Spuntano i materassi, poi i giochi di alcuni bambini che forse non hanno capito bene perché non tornano a casa. Il primo pensiero va al fatto che pare siano cadute solo le costruzioni antiche. Poi ti avvicini al centro e vedi che un interesso complesso dei primi anni 2000, con i negozi ancora vuoti, è totalmente isolato perché i piloni di sostegno sono completamente segnati dalle crepe.

In giro, nessuno. Ci avviciniamo ad un supermercato Conad, che non c’è più, quello della foto. Di fronte c’è il centro di coordinamento del comune, con i carabinieri, i vigili del fuoco e una montagna di rotoli di carta igienica. Di fronte a quell’everest di cellulosa, due mamme con i passeggini che fanno la scorta.

Incontriamo il sindaco: Radio Number One e Radio Bruno vorrebbero capire le necessità per individuare azioni concrete da mettere in pista.  Il racconto del giovane sindaco è inquietante. La burocrazia uccide, rallenta, snerva, blocca, infastidisce, svilisce, annichilisce. Vorresti fare ma non ne hai il potere.

Io ormai ho la revoluscion nel sangue, lo invito a sollecitare una dimissione di massa. Tutti i sindaci rimettono il mandato perché non possono combattere uno stato che mette in campo il muro di gomma per rendere tutto impraticabile.

Ma giustamente lui mi dice “e poi?!?” Già. E poi.

E poi andiamo a bloccare la A1. Perché se lo stato non ascolta, bisogna alzare la voce. Ormai sono degno della rivoluzione francese, con la speranza che nessuno usi la ghigliottina con me. E dopo la A1, la A22. Perché se qui si spengono i riflettori, è la fine, è un’altra L’Aquila.

Sono ripartito da Cavezzo con la sensazione che insieme alle loro case siano cadute anche alcune certezze. Come possiamo non aver capito quel dramma? Come è possibile che i gay di Cassano contino più di chi fa la fila per la carta igienica? Qui si spengono i riflettori, bisogna tenere la luce accesa.

Accendiamola noi, uno per uno. Perché forse abbiamo ancora un po’ di dignità, più di coloro che dovrebbero amministrarla. Salgo in macchina e comincio a fare un po’ di telefonate: “ma, non so…” “boh, vediamo…” “sì, mandami una mail…”

Siamo veramente diventati così? Chi gliela manda la mail a chi non ha più un computer per riceverla? Sono partito da lì con la voglia di spaccare il mondo, dopo la terza telefonata avevo i coglioni rasenti terra. (Si può scrivere nel giorno del tema di maturità?).

Ma non molliamo. Come si potrebbe mai fare? In alcuni casi, basterebbe solo la voglia di fare, non costerebbe nulla di più del volersi mettere in gioco, è evidente che spesso è chiedere troppo. Forse per capire bisognerebbe vedere. Perché quando l’inferno lo vedi e non te lo raccontano cambia tutto.

Il punto è che spesso tu ci entri, ma hai un lasciapassare per uscire. Sono quelli che ci restano che devono fare i conti con una vita che non sarà più la stessa. Possiamo essere così stronzi da non avere la voglia di aiutarli?  Non voglio immaginare la risposta.

 

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