Travel

Travel

VIAGGI DA RACCONTARE

Food

Food

ESPERIENZE DA CONSIGLIARE

Ideas

Ideas

IDEE DA CONDIVIDERE

E’ sempre strano quando il calendario segna la data del 30 giugno. E’ un po’ come essere tagliato in due pezzi quasi simmetrici, uno schiacciato verso il basso, l’altro proiettato verso domani.

30 giugno 2007.  Chiude Play Radio.
30 giugno 2007. Il giorno in cui compro il mio primo iPhone.

Probabilmente l’investimento di 600 dollari non era altro che una spesa consolatoria, per cancellare la tristezza di un fallimento clamoroso come quello di Play Radio.

Ho lasciato RTL 102.5, dove da poco ricoprivo la carica di Direttore generale per abbracciare un progetto ambizioso quanto curioso, perché il mandato era quello di preparare la radio di domani. Forse però io avevo capito male il compito assegnato.

Condividi:
Tempo di lettura:2 min

Non so se il famoso adagio valga anche per lo stadio, se la serata di ieri si possa tradurre o forse sintetizzare con il primo stadium non si scorda mai. ma ventiquattro ore fa  c’è stato un momento molto speciale per mio figlio.

Siamo andati a Torino allo Juventus Stadium (che per favore si pronuncia con la A, non con la E, si dice STADIUM!), per vedere la partita del cuore.

La prima volta per il nanetto dentro lo stadio. Non solo quello della Juve, intendo la prima volta in assoluto dentro quel catino dove c’è gente che prende a calcio il pallone.

Non è iniziata nel migliore dei modi, perché l’arrivo ha coinciso con il risveglio dalla pennica, che non è mai un momento di socialità elevata.

La prima presa di posizione è stata un rifiuto netto di scattare una foto prima di entrare allo stadio. No way. Non la scatto.

Io ho spacciato una versione diversa, con una leggera alterazione dei fatti: ho scritto  che un atalantino doc non voleva scattare foto davanti al tempio del nemico, ma non era andata esattamente così.

E’ bastato però affacciarsi al balconcino degli Sky box e guardare fuori per avere questa visione.

Immediatamente dopo, l’approccio alle cose del mondo è leggermente cambiato e si è trasformato nella gioia di scoprire qualche cosa di nuovo e di incredibilmente affascinante.

C’è un solo problema: vedere una partita così è un’esperienza entusiasmante e per un bambino può diventare un’abitudine divertente. Sopratutto quando è indeciso se la squadra preferita sia l’Atalanta, il Chelsea o la Juve.

Diciamo che le possibilità di farsi condizionare da questo tipo di ambiente sono particolarmente alte.

Stare dentro lo stadium è un’esperienza pazzesca per i più piccoli, ma lo è anche per i più grandi.

Ciò che si sperimenta è più che sufficiente per capire perché da queste parti si vincano scudetti con la facilità con cui  di solito gli scapoli battono gli ammogliati quando si gioca d’estate al mare:  una macchina perfetta, una sorta di bolla che ti isola da quello che c’è fuori, contribuendo a creare una percezione altissima del marchio Juventus e di ciò che rappresenta.

Dentro questi processi che si avvicinano molto al neuromarketing c’è il mondo semplice di un bambino, che alla fine del primo tempo non vedeva l’ora di andare a casa, ma che insieme mi  chiedeva di tornare per vedere giocare la Juve.

Potrei stare ore a guardare Andrea, quando si fa assorbire da esperienze nuove e si lascia rapire dalle situazioni che non conosce.

Il primo stadium forse è stato solo uno dei tanti giorni pieni di novità per un alberello che cresce e assorbe energia da tutto ciò che lo circonda; io in realtà  spero che possa essere stato anche un altro esempio di come ci sia modo e modo di fare le cose.

La forma non è tutto, la sostanza è fondamentale, ma un gioiello sporco e incartato in un sacchetto del pane  emoziona meno… Lo Stadium è il pacchetto di lusso, intorno ad un gioiello ad 11 facce.

Da non juventino non si può far altro che inchinarsi davanti a ciò che lo Juventus Stadium rappresenta, alla magia che sa trasmettere, alla sensazione di forza e di organizzazione che riesce a comunicare.

C’è solo un problema. Corro il serio rischio di avere una juventino in casa e quello che è ancora peggio è che la colpa sia un po’ anche mia. 😁

 

Condividi:
Tempo di lettura:2 min

I giorni come oggi regalano sempre sensazioni strane, sempre che si possa parlare di un regalo.

É ancora una volta il giorno dopo, a poche ore di distanza da un evento tragico in una delle nostre città, evento in cui molte persone hanno perso la vita, in un contesto in cui tutto ti aspetti che accada, tranne che arrivi qualcuno che decide di farsi saltare in aria.

L’impotenza é quella che senti perché ti rendi conto ancora una volta che non c’è difesa contro la follia, o forse l’impotenza é il vero problema di chi ha scatenato questo massacro che sembra non finire mai.

Qualche giorno fa Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter ha pronunciato una frase che mi ha colpito così tanto da riportarla proprio in queste pagine; così, come una citazione.

La sua è una specie di resa, la costatazione che l’arrivo di Internet anziché migliorare il mondo, dando a chiunque la possibilità di esprimersi, l’ha peggiorato.

Non ci sono mezzi termini nelle sue dichiarazioni, la frase estrapolata da una sua intervista si chiude in modo inequivocabile, con una parola che é difficilissimo sentire dire ai giorni nostri da chiunque: non la pronunciano mai i politici, non la dicono nemmeno coloro che portano le aziende al collasso, ma pare vietata anche per  gli allenatori delle squadre di calcio dopo che hanno perso cinque a zero: abbiamo fallito.

Forse anche l’evento di ieri sera è una prova di questo fallimento, perché sembra che non ci sia modo di contenere la forza con cui l’odio dilaga. Ancora una volta, ecco l’impotenza.

Io sono uno di quelli che non crede in una regia centralizzata, orchestrata da qualche paesino di un remoto pezzetto di deserto tra la Siria e l’Iraq, da cui questi combattenti partirebbero per destabilizzare il mondo.

Forse stupidamente semplicemente non credo che le organizzazioni a cui si ascrivono tutti questi disastri siano così sofisticate da riuscire a farlo.

Semplicemente, in modo molto più banale, i predicatori dell’odio  lanciano un messaggio, che nella rete si propaga senza controllo, fino a che non arriva nella testa di qualche essere bacato, che lo trasforma in una ragione di vita fino alle estreme conseguenze.

Ci sono persone che si picchiano per la partita di calcio dei figli, ce ne sono altre che organizzano guerriglia prima di una partita, volete che non ci sia qua e là nel mondo qualche essere la cui testa non funziona al 100% che raccoglie il messaggio e lo trasforma in un piano folle?

Niente reti internazionali, niente messaggi cifrati, niente agenti segreti che si spostano con misteriose valigette da una parte all’altra del mondo, semplicemente qualcuno con una testa malata, che trasforma un segnale in un’ossessione.

E ancora una volta, scatta l’impotenza, perché se un gruppo organizzato che comunica si può intercettare, si può trovare, si può anticipare, con una situazione di questo genere le possibilità di intervenire sono praticamente ridotte quasi a zero.

Quante volte sono uscito da un concerto, quante volte mi sono confuso in uno sciame di migliaia di persone dopo un evento di festa, che lasciava quella traccia di euforia data dalla felicità di aver visto uno dei propri artisti preferiti se non il preferito in assoluto?

Gesti normali, come andare in un centro commerciale, come prendere la metropolitana, il treno, tutto ciò a cui noi siamo abituati. Possiamo pensare di cambiare drasticamente e completamente queste abitudini? È difficile, improbabile, se non impossibile. E da qui, l’impotenza.

Ma forse, noi vinciamo, se questa è una partita, proprio se facciamo dell’impotenza la nostra forza.

Se continuiamo ad andare allo stadio, se frequentiamo i concerti, usiamo i mezzi pubblici, facciamo tutto quello che abbiamo sempre fatto allo stesso modo senza cambiare le nostre abitudini, vinciamo noi.

Se dimostriamo che colpirci in questo modo ci fa sentire più forti e più uniti, vinciamo noi.

Forse non è impotenza,  è solo apparenza.

Vinciamo noi.

Condividi:
Tempo di lettura:3 min

Internet favorisce gli estremi. Pensavo che il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi. Mi sbagliavo.

La triste realtà sul web
I sassolini nelle scarpe possono restare a lungo, ma arriva prima o poi il momento in cui bisogna toglierli.
Ieri la mia squadra del cuore, l’Atalanta, ha pareggiato con il Milan è quel punto vale il ritorno in Europa dopo 26 anni.
Vabbè, ma i sassolini cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano.
Per quasi 6 anni, ogni lunedì sera, ho partecipato come ospite fisso ad una trasmissione televisiva dedicata proprio alla squadra dell’Atalanta: ho visto passare diversi allenatori, anche diverse proprietà, con un minimo comune denominatore, cioè una squadra piena zeppa di vecchie glorie, giocatori ormai quasi alla fine della loro carriera è solo sporadicamente, quasi per caso, giovani in campo in arrivo dalla primavera.
Se contate i grandi nomi usciti dal vivaio dell’Atalanta in quegli anni, vi avanzeranno un po’ di dita, perché negli anni di quella trasmissione i giovani usati erano davvero pochi.
Vabbè, ma i sassolini non si capisce ancora che cosa c’entrino!
Adesso ci arrivo.
Nella famosa trasmissione del lunedì, ospite del sempre paziente Patrizio Romano, avevo l’abitudine di contestare quel modo di gestire la squadra.
Non mi piaceva un’ Atalanta piena di giocatori un po’ alla frutta, in alcuni casi quasi bolliti, che sistematicamente nella seconda metà del campionato tirava a vivacchiare con risultati da esaurimento nervoso.
Ok, va bene ma i sassolini?
Quando esprimevo quei giudizi, venivo deriso dai tifosi più accesi, tacciato dagli esperti giornalisti di essere il bastian contrario e tante varie amenità, che ad un certo punto mi hanno fatto pensare che quello del calcio non fosse il mio ambiente.
Quando esprimevo il mio disappunto per il gioco che vedevo fatto dall’Atalanta  con l’allenatore Colantuono, mi davano del pazzo perché era quello che aveva fatto il record di punti.
Ok, ok, va bene, ma ancora non abbiamo capito bene cosa c’entrino i sassolini.
I sassolini sono quelli che vorrei togliermi oggi, dopo che l’Atalanta è tornata in Europa a 26 anni di distanza dalla precedente esperienza e guarda caso lo fa dopo una stagione in cui ha giocato con un allenatore aggressivo, che ha proposto calcio spettacolo, usando quasi ed esclusivamente giovanissimi.
Sarà un caso, ma nel primo anno in cui si comporta nel modo che ho sempre sognato negli anni scorsi, finisce in Europa.
Ma questa è la mia settimana fortunata, perché qualche giorno fa la società anche comprato il vecchio stadio che rimetterà a nuovo, e allora ecco qualche altro sassolino.
Quando fu presentato un progetto da 280 milioni di euro per costruire uno strano oggetto non identificato che era un po’ stadio è un po’ parco acquatico, nella stessa famigerata trasmissione di Patrizio Romano a più riprese ho scritto che secondo me il progetto era da manicomio e che l’unica strada per la città, per dimensioni, per compatibilità con l’ambiente, anche solo per una questione di rispetto della nostra storia, fosse quella di ristrutturare lo stadio.
Ovviamente, anche allora venni tacciato di essere un gufo, di remare contro, di non capire la qualità e l’importanza del progetto, di essere contrario sempre e comunque.
Incredibilmente, dopo quasi 10 anni succede esattamente quello che qualche anno fa mi dicevano fosse un’idea da pazzi e contraria al bene della squadra.
Oggi sono felice, perché anche una piccola realtà come quella della mia città torna a fare festa e a farsi strada in mezzo a chi ha molti più soldi, molti più mezzi e tra l’altro anche molti più  “utenti”,  dettaglio non indifferente quando si deve pensare al potenziale economico.
Ma solo due volte felice, perché oltre esserlo per la squadra è per i suoi tifosi più appassionati, lo sono anche per me.
Non ero così pazzo allora, forse qualcuno dovrebbe chiedere scusa.
E mi accorgo che ancora una volta aveva ragione la più grande filosofa dell’era contemporanea, mia nonna, che mi ripeteva in continuazione che il tempo è galantuomo.
Adesso, senza sassolini nella scarpa, posso godere della mia passeggiata domenicale camminando più spedito.
Condividi:
Tempo di lettura:3 min

Oggi è stata una giornata intensa, per alcuni versi curiosa, perché non mi aspettavo tanto interesse rivolto alla storia del tutto personale, che ho raccontato ieri attraverso una lettera a Bergamonews.

Ho letto centinaia di commenti, visto altrettante condivisioni dell’articolo, quasi un migliaio di apprezzamenti,  che mi hanno fatto pensare che forse il mio non sia un caso isolato e forse ho fatto sentire anche la voce di chi in certe occasioni non sa bene come reagire.
Però ci sono alcune cose che mi piacerebbe far notare: credo nella partecipazione attiva dei cittadini, ma anche nel rispetto delle persone,  pure quando sbagliano. Troppo spesso la voglia di far sentire la propria voce si trasforma in un’aggressività verbale che diventa un autogol e mette le ragioni del contendere in secondo piano.
Generalizzare, aggredire, insultare, anche con un messaggio su Facebook rischia di essere una pratica peggiore di quella che si vorrebbe stigmatizzare.
Ci tengo tantissimo a sottolineare un dettaglio: la mia non è una battaglia politica, ma di civiltà. Non credo in alcun modo che un sindaco o un assessore possano trovare strumenti per impedire a priori che alcuni fatti avvengano: la responsabilità è dei singoli, aggredire un’intera categoria o spostare il peso delle responsabilità su terzi è un errore.
L’amministrazione comunale mi ha tempestivamente trasmesso la volontà di approfondire l’accaduto, che è l’unico obiettivo della mia lettera di ieri.
Non ho ragioni per guerre di religione, ideologiche o per insultare un’intera categoria, che rispetto e  il cui lavoro è importante per la comunità. Ma se qualcuno sbaglia, se devia dalla missione del proprio lavoro,  soprattutto se pubblico,  è interesse di tutti, ma soprattutto di chi quel lavoro lo svolge con dedizione e passione che si faccia luce sui fatti.
Un ultimo dettaglio: la mia lettera di ieri, così come ogni opinione che leggete in queste pagine è frutto delle mie idee personali, che non coinvolgono e non riflettono la posizione della mia azienda; quelle che leggete sono le parole di un privato cittadino, che ogni tanto cerca di alzare la voce e per farlo sfrutta la conoscenza di meccanismi che conosce bene perché li usa ogni giorno per il proprio lavoro.
PS: grazie per tutti i messaggi di solidarietà e sostegno, sono un toccasana.
Condividi:
Tempo di lettura:1 min
Page 2 of 1321234102030...Last »