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Non pare vero, ma anche quest’anno é arrivato. Io alla radio comincio il count down quando siamo ad aprile, quando proprio arrivo tardi comincio a maggio.

E minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno siamo arrivati qui.

Ieri sera sentivo in un bar tra un toast e un caffè una curiosa discussione tra la barista cinese e una anziana milanese: quest’ultima diceva che il natale era triste perché siamo tutti più poveri, la cinese le ricordava che per lei natale non esiste ma invitava l’anziana ba pensare da cosa fosse nata la festa.

Una cinese senza dio (ma in senso figurato) che ricorda ad una anziana donna che forse il natale non si misura con i pacchetti.

Ecco io per quest’anno le ho viste tutte e posso serenamente farvi i miei auguri.

Ho pensato di celebrarlo alla radio con un gioco speciale regalando addirittura un viaggio a new york, ho immaginato una promozione 3.0 che incrociasse il web con la radio, il  futuro con il presente, mettendo in mezzo la magia del viaggio.

Qualcuno ha cercato di barare e quando é stato scoperto ha anche urlato alla disonestà diffamando la radio.

Sono un po’ stanco di tutto questo…. Riusciremo ad avere un natale con un presente migliore? La speranza é l’ultima a morire, ma al quarantaseiesimo natale comincio a nutrire qualche dubbio…

Ma non demordo e vi auguro buon natale con la speranza che sia quello buono.

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Ci stiamo preparando per l’arrivo di Santa Lucia.

Per chi non lo sapesse, nella zona del nord est esiste questa tradizione secolare che coinvolge i bambini a cui Santa Lucia porta i regali tra il 12 e il 13 dicembre.

Siamo in fase di produzione dello spuntino per la povera donna in viaggio con il suo asinello.

Ecco lo chef al lavoro.

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Dovrebbe essere bruciata, ma é evidente che la nuova generazione sia in fase di regresso rispetto alla nostra delle rivoluzioni studentesche

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Qualche minuto fa sono salito in macchina e dopo qualche secondo mi è squillato il telefono, con una chiamata da un numero sconosciuto ma che appariva quello di un centralino.
Immaginando che potesse essere una chiamata per il lavoro ho risposto e dall’altra parte ho trovato una signorina che mi ha detto: la prego, non vendo niente, mi dia almeno il tempo di spiegare.

Davanti ad una richiesta di questo tipo, se non è proprio momento pessimo dell’esistenza di un uomo, qualche minuto si può anche concedere.

La signorina dall’altra parte ha spiegato che sta facendo una ricerca di mercato relativa alla soddisfazione sull’utilizzo dei prodotti di telefonia mobile.

Quindi mi ha chiesto se lavorassi per un operatore di telefonia, per una società di comunicazione, fossi un giornalista.
Poiché ricadevo in ben due delle tre categorie vietate, la signorina direttore purtroppo non poteva proseguire con l’intervista.

Però ha voluto ancora una volta ringraziarmi sottolineando che ero la prima persona dalle due del pomeriggio disposta a rispondere alle sue domande.

Direi che siamo giunti al totale rovesciamento della famosa canzone “piange il telefono” di Domenico Modugno, perché adesso piange chi telefona, soprattutto se cerca qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Questo è l’effetto della demenziale intensificazione delle campagne promozionali svolte attraverso il telefono, cosa che ad esempio ha portato me a non rispondere mai al telefono di casa, a cui l’unico autorizzato a dare risposte é il nanetto.

Andrea l’unica persona in casa autorizzata ad alzare il ricevitore rispondendo ancor prima di pronunciare qualunque altra cosa “non c’è nessuno!”

Quando finirà questa tortura potremo tornare a rispondere al telefono con il piacere di sentire la voce di un amico dall’altra parte?

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Ieri sera ho vissuto un’esperienza davvero divertente e allo stesso tempo affascinante.

Ero a Torino per partecipare ad una cena speciale realizzata a base di unicum, l’amaro di erbe che esiste dal 1790.

Appuntamento in un locale stupendo, il vermouth Anselmo, uno dei posti migliori della zona di San Salvario, centro della movida torinese.

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La cena é immaginata per accompagnare diversi cocktails realizzati a base di Unicum dal bar tender Diego Ferrari, uno dei guru del mix alcolico!

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La chef é una donna, Andrea, straordinariamente brava. Il primo piatto é raviolo di barbabietola, con il ripieno di brie e nocciole, accompagnato da una riduzione di balsamico.

Il primo cocktail é a base di unicum alla prugna.

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Il secondo piatto é una capesanta con una “schiuma” di unicum è una crema di zucca e nocciola.

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Semplicemente spaziale! Il cocktail questa volta a base di unicum tradizionale.

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Ultima portata un maialino cotto con le prugne e i mirtilli freschi.

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L’accompagnamento un sorta di negroni ‘sbagliato” prodotto con l’unicum alla prugna al suo interno.

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Infine il dolce, a base di cioccolato con un unicum tradizionale prima dell’assaggio è uno alla prugna subito dopo con la funzione di digestivo!

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Poi, ovviamente, ho chiamato la barella per poter tornare a casa!!!

In realtà, poi è arrivata la parte davvero interessante della serata, perché ho avuto il piacere e dolore di incontrare Izabella Zwack, le reti della famiglia che produce l’amaro Unicum dal 1790, con una ricetta che da allora rimane segreta.

Abbiamo passato qualche minuto per realizzare un’intervista che sentirete alla radio tra un po’, che è servita per ripercorrere alcuni passi di questa straordinaria storia.

Quella attuale é la sesta generazione della famiglia che gestisce l’azienda, ma dal 1790 ad oggi ci sono stati capitoli incredibili, oserei dire romanzeschi, passando ad esempio dalla nazionalizzazione dello stabilimento che ha indotto il padre di Izabella alla fuga, prima negli Stati Uniti e poi in Italia, dove l’amaro è stato prodotto per quasi trent’anni nell’area di Genova.

Nel 1987, ancora prima della caduta del muro, la famiglia è riuscita a riprendere il controllo dello stabilimento originale e tornare a produrre in Ungheria, dove lo fa tuttora.

Nel frattempo é arrivata anche l’idea di produrre un amaro a base di prugna, frutto utilizzato tantissimo per le produzioni di alcolici nella zona ungherese.

L’incontro di ieri mi ha trasmesso tutta la passione, ma anche la competenza, che sta alle spalle di un fenomeno come l’amaro Unicum.

Non è un caso che il prodotto, con la ricetta che rimane segreta, sia un successo da oltre 200 anni, perché dietro a quella bottiglia non c’è una formula di marketing, ma c’è una storia.

La differenza si vede.

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Questa sera ho partecipato alle lancio ufficiale del nuovo disco di Gianni Morandi che si chiama autoscatto 7.0

Il titolo è una sorta di gioco per sfidare il tempo che passa e attualizzare quel 70 che é il numero degli anni che l’11 dicembre compirà Gianni Morandi.

Faccio la doverosa premessa che io considero Gianni uno dei più grandi artisti in questo momento presenti in Italia, non tanto per la qualità della musica che ha realizzato, ma per la sua capacità di cavalcare il tempo che passava e, soprattutto, di ricostruire da zero una carriera che sembrava persa.

Questa sera un giornalista nel corso della presentazione ha fatto una domanda, ha chiesto che cosa gli mancasse. Gianni ha esitato un attimo, ci ha pensato e poi in modo piuttosto netto ha risposto che non ti manca niente, che dopo una vita fortunata come la sua, dopo addirittura due carriere vissute in modo straordinario, dopo tutto quello che ti è capitato nel corso di cinque decenni pensa proprio di non poter richiedere nulla di più, piuttosto di dovere essere riconoscente per tutta la fortuna che ha avuto in questi anni.

Credo sia racchiuso in queste parole il segreto della sua longevità, credo che questo genere di approccio alla vita e al lavoro sia ciò che fa la differenza, quello per cui uno su 1000 ce la fa

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