Qualche giorno fa Nielsen Soundscan ha pubblicato i dati dei primi sei mesi del 2014 per la vendita musicale e il risultato è tutt’altro che lusinghiero.

La colonna sonora di Frozen, film di Natale Disney, è stata la più venduta, con circa 2.7 milioni di copie, mentre tra i singoli ha trionfato il singolo di Pharrell Williams, “Happy”, che ha totalizzato 5.6 milioni di copie vendute.

Ma mentre nei singoli la classifica è ricca di brani che hanno superato il milione di copie, tra gli album solo la produzione disney ha superato il limite del milione.

Ma il dato che colpisce di più è la discesa del volume complessivo delle vendite rispetto allo scorso anno, attestata al 15% per gli album (con un totale di 121 milioni di pezzi), al 13% per i singoli, con un totale di 593.6 milioni, quasi 90 in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Il dato significativo viene dalla mancata compensazione dei servizi di streaming, che sono cresciuti del 42% al numero di 70.3 milioni, circa 20 milioni in più, un numero che non compensa le perdite nelle vendite.

Per una curiosa combinazione, è cresciuto il numero di dischi in vinile venduti, aumentato del 40% con la necessità di espandere l’unica fabbrica americana rimasta.

Ma i dati purtroppo lasciano più dubbi che certezze sul futuro dell’industria musicale.

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Life is on. La vita si accende. Era il claim di Play Radio, che per ironia della sorte è stata spenta molto presto. Troppo.

Ma mi piace ricordare che in un periodo molto breve aveva raccolto oltre seicentomila ascoltatori, che ogni giorno davano segno di vitalità e di grande partecipazione.

Così grande, che la memoria di ciò che fu è affidata a loro. Io sono un pessimo “archivista”. Ho visto parentesi fantastiche, facendo cose mirabolanti grazie alla radio, ma non ho mai avuto la capacità di cristallizzare il momento e di conservare il ricordo.

Il mio carattere che mi fa guardare sempre avanti, mi ha sempre dato il limite enorme di riuscire a godere poco il presente e di riuscire a conservare i ricordi dei momenti speciali, perché c’era sempre qualcosa di nuovo e di importante a cui badare.

Cosa dire, se non grazie, ad Antonella che invece ha pazientemente ricostruito il mondo di Play Radio, i suoi nomi e le sue voci, che per due brevi ma intensi anni hanno acceso la nostra vita e anche la qualità e la fantasia di chi la radio la ascoltava.

Non sono uno di quelli che ai funerali pensano che il caro estinto fosse sempre buono, per cui non ho solo buoni ricordi del mio passaggio a Play Radio. Per dirla tutta, ho incontrato un paio di professionisti che credo fossero gli esseri umani peggiori che mi è capitato di incrociare nella vita (professionale e privata), ma erano solo l’eccezione rispetto ad un gruppo carico di entusiasmo e di voglia di stupire.

La radio è spenta, ma la carica che usciva da ciò che veniva fatto ogni giorno a distanza di tempo è rimasta intatta, se si riascoltano alcuni passaggi dei programmi di allora.

Proprio negli ultimi giorni abbiamo avuto la notizia devastante che una delle perle del gruppo, una di quelle persone che lavorano sempre nell’oscurità, ci ha lasciati. Il messaggio che mi ha portato la notizia è arrivato come un cazzottone forte, all’improvviso e per qualche misteriosa ragione ha risvegliato la comunità di un tempo.

Oggi il pensiero di quei due anni passati insieme è dedicato a Donatella, che non ho mai visto senza un sorriso per tutto quel periodo.

E il grazie va ad antonella che qui ha ricostruito il mondo di Play Radio!

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Io non sono cattivo. É che mi disegnano così.

Io non sono cattivo. É che mi disegnano così.

C’è qualcuno, ma in realtà sono solo pochissime persone, che ogni tanto, ma solo raramente, mi accenna al fatto che io ho un vago, ma molto limitato, proprio solo accennato spirito polemico.

Avendo anche un carattere piuttosto analitico, di questo piccolo dettaglio mi sono accorto anche da solo.

In realtà mi sono accorto che io sarei la persona più solare, positiva, divertente, allegra e sorridente del mondo se non fosse per il mondo che mi circonda.

Lo sono comunque, solo che ad un livello un po’ più contenuto. 🙂

Ci sono però occasioni in cui ho quasi l’impressione di vivere dentro un vero truman show (ricordate il film di una vita fittizia che in realtà è un programma tv?), con un unico scopo del programma: capire fino a che punto il mio sistema nervoso reggerà senza commettere una strage.

Avviso ai naviganti: il livello di saturazione ormai non è lontanissimo, quindi il rischio di trovare il mio nome (e quello delle incolpevoli vittime) sul giornale aumenta di giorno in giorno.

Il caso di ieri: da qualche tempo ho qualche acciacco dovuto alle da ormai veneranda e dopo aver provato diverse soluzioni farmacologiche il medico mi consiglia di fare un esame.

Valuto il fatto che il mio medico quando fissa appuntamenti, di solito non li rispetta e genera ritardi anche fino a due ore. (Mica é colpa sua, ma accade).

Faccio due conti su quanto mi costa stare due ore in coda dal medico in termini di perdita di lavoro, impegni e cose che posso fare e chiamo un centro di esame privato.

Verifico quanto costi la prestazione da privato e quale sia il ticket da pagare e la differenza è di circa € 20. A quel punto la scelta é ancora più ovvia.

Decido di pagarmi l’esame e di farlo da privato senza la prescrizione del medico.

Chiamo il centro di esami, mi chiedono se ho la prescrizione medica, dico di no e avviso che voglio farlo da privato.

Fisso l’appuntamento; per la cronaca da privato l’attesa é di 18 ore, chiamato giovedì e fissato per venerdì e ieri mi presento.

Arrivo alla reception del centro dove si fanno gli esami e mi chiedono se ho la prescrizione del medico. Rispondo no, perché voglio fare l’esame da privato.

A quel punto, si accende il Truman show: “mi spiace, ma questo esame, senza una prescrizione del medico non si può fare”. (Per la cronaca é una radiografia)

Scusi, non ho capito. Io decido di fare un esame da privato perché non voglio fare le code, perché voglio evitare i tempi di attesa, perché voglio snellire tutto quanto, ma mi viene richiesto di fare tutto ciò che rende il servizio sanitario un servizio lento e farraginoso rispetto alle scelte del libero cittadino che si muove da privato. Che senso ha?

Non solo: da lavoratore pago le tasse al servizio sanitario nazionale, decido di non incidere sui costi dello Stato pagando ulteriore denaro e il sistema cosa risponde? non si può.

Ma il truman show non é finto. Cerco, con moltissima fatica, di mantenere la calma e chiedo se esista un medico che mi può visitare nel centro, per verificare immediatamente i miei sintomi e quindi chiedere l’esame. Pagando, ovvio.

No, non si può. Ormai prossimo a quella soglia pericolosa oltre cui scatta la strage, chiedo, un po’ meno gentilmente, per quale ragione non avessero dato il particolare al telefono in fase di prenotazione.

“Eh, non lo sapranno”

Ma adesso arriva la chicca: guardi, a noi serve una prescrizione del medico, non importa che sia il suo, ma basta che sia un medico.

In pratica, io posso andare anche da un veterinario, farmi prescrivere un esame e poi andare a farlo. Ma non posso, in una struttura privata in cui io mi assumo tutte le responsabilità su ciò che “compro”, accedere ad un esame che riguarda la mia salute.

Pagando per altro una seconda volta ciò che già pago.

No, non ce la possiamo fare. Sto andando dal veterinario a farmi fare la prescrizione.

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