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I giorni come oggi regalano sempre sensazioni strane, sempre che si possa parlare di un regalo.

É ancora una volta il giorno dopo, a poche ore di distanza da un evento tragico in una delle nostre città, evento in cui molte persone hanno perso la vita, in un contesto in cui tutto ti aspetti che accada, tranne che arrivi qualcuno che decide di farsi saltare in aria.

L’impotenza é quella che senti perché ti rendi conto ancora una volta che non c’è difesa contro la follia, o forse l’impotenza é il vero problema di chi ha scatenato questo massacro che sembra non finire mai.

Qualche giorno fa Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter ha pronunciato una frase che mi ha colpito così tanto da riportarla proprio in queste pagine; così, come una citazione.

La sua è una specie di resa, la costatazione che l’arrivo di Internet anziché migliorare il mondo, dando a chiunque la possibilità di esprimersi, l’ha peggiorato.

Non ci sono mezzi termini nelle sue dichiarazioni, la frase estrapolata da una sua intervista si chiude in modo inequivocabile, con una parola che é difficilissimo sentire dire ai giorni nostri da chiunque: non la pronunciano mai i politici, non la dicono nemmeno coloro che portano le aziende al collasso, ma pare vietata anche per  gli allenatori delle squadre di calcio dopo che hanno perso cinque a zero: abbiamo fallito.

Forse anche l’evento di ieri sera è una prova di questo fallimento, perché sembra che non ci sia modo di contenere la forza con cui l’odio dilaga. Ancora una volta, ecco l’impotenza.

Io sono uno di quelli che non crede in una regia centralizzata, orchestrata da qualche paesino di un remoto pezzetto di deserto tra la Siria e l’Iraq, da cui questi combattenti partirebbero per destabilizzare il mondo.

Forse stupidamente semplicemente non credo che le organizzazioni a cui si ascrivono tutti questi disastri siano così sofisticate da riuscire a farlo.

Semplicemente, in modo molto più banale, i predicatori dell’odio  lanciano un messaggio, che nella rete si propaga senza controllo, fino a che non arriva nella testa di qualche essere bacato, che lo trasforma in una ragione di vita fino alle estreme conseguenze.

Ci sono persone che si picchiano per la partita di calcio dei figli, ce ne sono altre che organizzano guerriglia prima di una partita, volete che non ci sia qua e là nel mondo qualche essere la cui testa non funziona al 100% che raccoglie il messaggio e lo trasforma in un piano folle?

Niente reti internazionali, niente messaggi cifrati, niente agenti segreti che si spostano con misteriose valigette da una parte all’altra del mondo, semplicemente qualcuno con una testa malata, che trasforma un segnale in un’ossessione.

E ancora una volta, scatta l’impotenza, perché se un gruppo organizzato che comunica si può intercettare, si può trovare, si può anticipare, con una situazione di questo genere le possibilità di intervenire sono praticamente ridotte quasi a zero.

Quante volte sono uscito da un concerto, quante volte mi sono confuso in uno sciame di migliaia di persone dopo un evento di festa, che lasciava quella traccia di euforia data dalla felicità di aver visto uno dei propri artisti preferiti se non il preferito in assoluto?

Gesti normali, come andare in un centro commerciale, come prendere la metropolitana, il treno, tutto ciò a cui noi siamo abituati. Possiamo pensare di cambiare drasticamente e completamente queste abitudini? È difficile, improbabile, se non impossibile. E da qui, l’impotenza.

Ma forse, noi vinciamo, se questa è una partita, proprio se facciamo dell’impotenza la nostra forza.

Se continuiamo ad andare allo stadio, se frequentiamo i concerti, usiamo i mezzi pubblici, facciamo tutto quello che abbiamo sempre fatto allo stesso modo senza cambiare le nostre abitudini, vinciamo noi.

Se dimostriamo che colpirci in questo modo ci fa sentire più forti e più uniti, vinciamo noi.

Forse non è impotenza,  è solo apparenza.

Vinciamo noi.

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Tempo di lettura:3 min

Internet favorisce gli estremi. Pensavo che il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi. Mi sbagliavo.

La triste realtà sul web
I sassolini nelle scarpe possono restare a lungo, ma arriva prima o poi il momento in cui bisogna toglierli.
Ieri la mia squadra del cuore, l’Atalanta, ha pareggiato con il Milan è quel punto vale il ritorno in Europa dopo 26 anni.
Vabbè, ma i sassolini cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano.
Per quasi 6 anni, ogni lunedì sera, ho partecipato come ospite fisso ad una trasmissione televisiva dedicata proprio alla squadra dell’Atalanta: ho visto passare diversi allenatori, anche diverse proprietà, con un minimo comune denominatore, cioè una squadra piena zeppa di vecchie glorie, giocatori ormai quasi alla fine della loro carriera è solo sporadicamente, quasi per caso, giovani in campo in arrivo dalla primavera.
Se contate i grandi nomi usciti dal vivaio dell’Atalanta in quegli anni, vi avanzeranno un po’ di dita, perché negli anni di quella trasmissione i giovani usati erano davvero pochi.
Vabbè, ma i sassolini non si capisce ancora che cosa c’entrino!
Adesso ci arrivo.
Nella famosa trasmissione del lunedì, ospite del sempre paziente Patrizio Romano, avevo l’abitudine di contestare quel modo di gestire la squadra.
Non mi piaceva un’ Atalanta piena di giocatori un po’ alla frutta, in alcuni casi quasi bolliti, che sistematicamente nella seconda metà del campionato tirava a vivacchiare con risultati da esaurimento nervoso.
Ok, va bene ma i sassolini?
Quando esprimevo quei giudizi, venivo deriso dai tifosi più accesi, tacciato dagli esperti giornalisti di essere il bastian contrario e tante varie amenità, che ad un certo punto mi hanno fatto pensare che quello del calcio non fosse il mio ambiente.
Quando esprimevo il mio disappunto per il gioco che vedevo fatto dall’Atalanta  con l’allenatore Colantuono, mi davano del pazzo perché era quello che aveva fatto il record di punti.
Ok, ok, va bene, ma ancora non abbiamo capito bene cosa c’entrino i sassolini.
I sassolini sono quelli che vorrei togliermi oggi, dopo che l’Atalanta è tornata in Europa a 26 anni di distanza dalla precedente esperienza e guarda caso lo fa dopo una stagione in cui ha giocato con un allenatore aggressivo, che ha proposto calcio spettacolo, usando quasi ed esclusivamente giovanissimi.
Sarà un caso, ma nel primo anno in cui si comporta nel modo che ho sempre sognato negli anni scorsi, finisce in Europa.
Ma questa è la mia settimana fortunata, perché qualche giorno fa la società anche comprato il vecchio stadio che rimetterà a nuovo, e allora ecco qualche altro sassolino.
Quando fu presentato un progetto da 280 milioni di euro per costruire uno strano oggetto non identificato che era un po’ stadio è un po’ parco acquatico, nella stessa famigerata trasmissione di Patrizio Romano a più riprese ho scritto che secondo me il progetto era da manicomio e che l’unica strada per la città, per dimensioni, per compatibilità con l’ambiente, anche solo per una questione di rispetto della nostra storia, fosse quella di ristrutturare lo stadio.
Ovviamente, anche allora venni tacciato di essere un gufo, di remare contro, di non capire la qualità e l’importanza del progetto, di essere contrario sempre e comunque.
Incredibilmente, dopo quasi 10 anni succede esattamente quello che qualche anno fa mi dicevano fosse un’idea da pazzi e contraria al bene della squadra.
Oggi sono felice, perché anche una piccola realtà come quella della mia città torna a fare festa e a farsi strada in mezzo a chi ha molti più soldi, molti più mezzi e tra l’altro anche molti più  “utenti”,  dettaglio non indifferente quando si deve pensare al potenziale economico.
Ma solo due volte felice, perché oltre esserlo per la squadra è per i suoi tifosi più appassionati, lo sono anche per me.
Non ero così pazzo allora, forse qualcuno dovrebbe chiedere scusa.
E mi accorgo che ancora una volta aveva ragione la più grande filosofa dell’era contemporanea, mia nonna, che mi ripeteva in continuazione che il tempo è galantuomo.
Adesso, senza sassolini nella scarpa, posso godere della mia passeggiata domenicale camminando più spedito.
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Tempo di lettura:3 min

Oggi è stata una giornata intensa, per alcuni versi curiosa, perché non mi aspettavo tanto interesse rivolto alla storia del tutto personale, che ho raccontato ieri attraverso una lettera a Bergamonews.

Ho letto centinaia di commenti, visto altrettante condivisioni dell’articolo, quasi un migliaio di apprezzamenti,  che mi hanno fatto pensare che forse il mio non sia un caso isolato e forse ho fatto sentire anche la voce di chi in certe occasioni non sa bene come reagire.
Però ci sono alcune cose che mi piacerebbe far notare: credo nella partecipazione attiva dei cittadini, ma anche nel rispetto delle persone,  pure quando sbagliano. Troppo spesso la voglia di far sentire la propria voce si trasforma in un’aggressività verbale che diventa un autogol e mette le ragioni del contendere in secondo piano.
Generalizzare, aggredire, insultare, anche con un messaggio su Facebook rischia di essere una pratica peggiore di quella che si vorrebbe stigmatizzare.
Ci tengo tantissimo a sottolineare un dettaglio: la mia non è una battaglia politica, ma di civiltà. Non credo in alcun modo che un sindaco o un assessore possano trovare strumenti per impedire a priori che alcuni fatti avvengano: la responsabilità è dei singoli, aggredire un’intera categoria o spostare il peso delle responsabilità su terzi è un errore.
L’amministrazione comunale mi ha tempestivamente trasmesso la volontà di approfondire l’accaduto, che è l’unico obiettivo della mia lettera di ieri.
Non ho ragioni per guerre di religione, ideologiche o per insultare un’intera categoria, che rispetto e  il cui lavoro è importante per la comunità. Ma se qualcuno sbaglia, se devia dalla missione del proprio lavoro,  soprattutto se pubblico,  è interesse di tutti, ma soprattutto di chi quel lavoro lo svolge con dedizione e passione che si faccia luce sui fatti.
Un ultimo dettaglio: la mia lettera di ieri, così come ogni opinione che leggete in queste pagine è frutto delle mie idee personali, che non coinvolgono e non riflettono la posizione della mia azienda; quelle che leggete sono le parole di un privato cittadino, che ogni tanto cerca di alzare la voce e per farlo sfrutta la conoscenza di meccanismi che conosce bene perché li usa ogni giorno per il proprio lavoro.
PS: grazie per tutti i messaggi di solidarietà e sostegno, sono un toccasana.
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Ieri mi è capitato qualcosa di davvero spiacevole, una situazione di quelle che vanno nella direzione opposta rispetto alla mia idea di città, di rapporto tra cittadini e istituzioni, esattamente il contrario di quello che mi aspetto da chi lavora per me e con me, in quanto cittadino.

Vi riporto la lettera che ho scritto oggi a Bergamonews, che ha gentilmente ripreso la mia protesta, colgo l’occasione per ringraziare il direttore Rosella Del Castello, per la sensibilità dimostrata.

Questa mattina, intorno alle 11.30, mi sono recato verso via Baioni, dove risiedono i miei genitori, per prelevare mio papà, malato e in attesa di certificazione di invalidità e portarlo in visita a mia mamma, ricoverata all’Ospedale di Trescore Balneario.

Non ero a conoscenza dell’evento ciclistico in programma per oggi e mi sono imbattuto nel blocco del traffico in piazzale Oberdan. Una vostra collega, molto cordiale, mi ha invitato a fare Viale Giulio Cesare, quindi la circonvallazione e mi ha consigliato di invertire la marcia “all’altezza della pizzeria Grotta Azzurra” (riporto testuali parole) per poter poi imboccare Via Baioni a scendere e raggiungere il numero cercato.

Così ho fatto, ma giunto all’altezza dell’incrocio indicato dalla vostra collega, mi è stato impedito di fare quanto indicato, cioè girare a sinistra per poter invertire la marcia nella via del Cinema Alba e tornare indietro.

All’incrocio era presente un agente che si è identificato con la matricola quando gli stato chiesto. Non solo si è rivolto in modo molto aggressivo, dandomi del tu, ma quando ho chiesto con insistenza come potessi arrivare a destinazione per recuperare persona non autosufficiente, mi ha risposto in modo molto aggressivo di andarci a piedi.

Ho risposto che non capivo motivo di tanto arroganza, da chi lavora per me e non contro me, l’agente a quel punto mi ha apostrofato con un’ingiuria, dandomi dell’imbecille e mi ha invitato, se avessi qualcosa da dire, a chiedere all’ufficiale in servizio che veniva indicato come poco distante.

Ho raggiunto il semaforo successivo, girato verso la maresana, invertito la marcia e sono tornato indietro, per fare quanto suggerito dalla vostra collega in piazzale Oberdan, ma all’imbocco di via Ruggeri da Stabello ho trovato il blocco del traffico verso via Ruggero da Stabello e quindi via Baioni, con due agenti che presidiavano l’incrocio.

Dato che in quel punto la strada è molto larga, ho tentato di accostare, per avere informazioni su quale percorso fare verso via Baioni ed eventualmente parlare con l’ufficiale in servizio. Uno dei due agenti, quando gli ho spiegato che dovevo raggiungere una persona non autosufficiente, si è messo a ridere e mi ha detto di andare via, voltandomi le spalle.

Ho chiesto di darmi la matricola, non ha voluto rispondermi e alle spalle della mia auto mi ha urlato in bergamasco ‘egnem adoss che te maie fò la cà’. Quindi ha gridato una seconda volta ‘te maie fò la cà, va vià!!!’,

Ho lasciato l’incrocio, quindi ho chiamato la centrale, esattamente, alle 12.13, dove mi sono state comunicate le generalità degli agenti presenti a quell’incrocio. Quindi, molto educatamente, l’agente al telefono mi ha aiutato ad individuare un percorso per raggiungere via Baioni e recuperare mio papà.

E’ questo il servizio che un cittadino merita? Le urla, gli insulti e anche un’ingiuria? Una minaccia di “maià fò la cà”

E tutto questo perché si cerca di fare ciò che è stato consigliato e indicato da un altro agente del corpo di Polizia Locale, come se non bastasse di fronte a mio figlio di 5 anni, che mi chiedeva perché quelle persone urlassero così tanto e perché mi avessero dato dell’imbecille.

L’ingiuria è depenalizzata, lo sappiamo bene tutti e probabilmente anche l’agente che sapeva di restare impunito pronunciandola nei miei confronti.

Esiste un regolamento disciplinare della Polizia Locale che ne governa il comportamento? E se esiste, chi controlla che venga rispettato nei confronti dei cittadini nell’adempimento del loro dovere?

Sono stato insultato, minacciato ed intimidito da tre agenti, perché ero preoccupato dal fatto che una persona malata fosse sola da un’ora dentro casa ed ero in apprensione per la necessità di raggiungerlo e trasportarlo altrove.

Ho un’idea diversa di servizio pubblico e di rapporto con i cittadini, da parte di un’amministrazione che dovrebbe lavorare per loro e non contro di loro.

Purtroppo non ho strumenti legali per procedere nei confronti degli agenti, ma rimane lo sgomento per un comportamento incredibilmente incivile, molto lontano dalla mia idee di istituzioni.

Resto in attesa di un vostro riscontro e vi invio i miei migliori saluti.

So già quale sarà la prossima reazione: me lo dicono tutte le volte che alzo la mano e che sollevo qualche domanda sulla mia città e sul rapporto che si crea tra la città stessa e i suoi abitanti: sono di destra, sono un rompicoglioni, cerco visibilità e tutte quelle cose carine che si dicono per demonizzare chi solleva un problema.

Non ho quasi mai ricevuto risposte costruttive, né ho mai visto nessuno dire “mi spiace, ci siamo sbagliati, faremo meglio”. C’è sempre una scusa, c’è sempre un attacco alla mia persona, o comunque un racconto dei fatti distorto.

Ma io non demordo. Quando mi capitano cose come quella di ieri, alzo la voce e le urlo a tutti, perché non capitino ad altri, perché se si rimane in silenzio davanti a certe situazioni si diventa complici.

E io non voglio essere complice di uno stato che tratta i cittadini come un fastidio: la prima cosa che sto insegnando a mio figlio è che le cose di tutti sono anche nostre, non sono di nessuno, per cui dobbiamo rispettarle e trattarle come se fossero nostre.

Mi aspetto anche il contrario e forse se lo aspetta anche mio figlio, che ieri seduto in macchina non si capacitava del perché “quei signori urlassero così tanto e usassero le parolacce”.

Ci tengo però a sottolineare una cosa importante: la mia non è una battaglia politica, non credo in alcun modo che sindaco o assessore competente abbiano responsabilità dirette per questo tipo di episodi. La gestione di questi servizi è complessa e alla fine è il comportamento dei singoli a fare la differenza, non esiste possibilità di controllo che elimini completamente queste vicende.

L’unico modo per estirpare questo tipo di situazioni  è denunciarle quando capitano, perché la vita in città sia migliore per tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica.

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Se non avete mai visto Crosswalk The Musical di James Corden, nella vostra vita manca qualcosa di divertente.

Potete sempre rimediare premendo play sul video che è allegato. Probabilmente sapete benissimo chi è James Corden, uno dei più grandi fenomeni da esportazione che l’Inghilterra ha spedito fino in California per conquistare il mercato americano con la sua produzione Carpool Karaoke.

Geniale.

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