SIAMO MEGLIO DI QUELLO CHE CI RACCONTANO: RIBELLATEVI AI CATASTROFISTI

È un po’ di tempo che mi gira in testa un pensiero ricorrente, che mi piacerebbe condividere.

Da quando sono nato sento dipingere il nostro paese come il peggiore del mondo, o quasi. In qualunque momento, a qualunque livello, il mantra che si sente ripetere è che siamo un disastro globale. Avete presente quando qualcuno in tv, alla radio, sui giornali comincia una frase con “in questo paese…”‘?!?

Sono i professionisti del disastro, quelli per cui è tutto brutto, se una cosa può andare male sicuramente accadrà, qualunque cosa si cominci a fare tanto poi andrà in vacca.

Ma è davvero così? Io comincio a dubitarlo.

Entro spesso in contatto, grazie al mio lavoro, con realtà che dicono esattamente il contrario.

E man mano che leggo alcuni numeri che tracciano i nostri comportamenti nei campi più disparati mi accorgo che il nostro tasso di civiltà e di gran lunga superiore rispetto a quanto alcuni vorrebbero farci pensare.

Attenzione: questo non vuol dire che sia tutto bello, che siamo il paese delle meraviglie e che non abbiamo niente da imparare o da migliorare.

Rispondo già in anticipo a quei professionisti della critica che comincio a non sopportare più e che credo dovrebbero essere emarginati come una malattia sociale particolarmente grave.

La mia osservazione vuole semplicemente dire che siamo molto meglio di ciò che alcuni vogliono farci credere e forse è ora di alzare la testa.

Abbiamo ancora una cosa che dobbiamo imparare in cui purtroppo abbiamo un grossissimo difetto su quello ci arrivo più tardi.

Quando si analizza una situazione della realtà, quando si valuta un oggetto, quando si approccia un qualunque aspetto della vita si può sempre vedere il bicchiere mezzo pieno oppure il mezzo vuoto.

Credo che uno dei nostri difetti peggiori sia quello di esserci abituati a guardare sempre quel pezzo vuoto.

Forse questa è la nostra peggiore malattia, una sorta di virus che dovremmo combattere in tutti i modi, cercando di appropriarci nuovamente della voglia di ritrovare quel bicchiere mezzo pieno.

Siamo il quinto paese al mondo per l’uso di energie rinnovabili, siamo nella top ten delle oli co a livello mondiale, nel campo del car sharing siamo il secondo paese al mondo, per il rapporto tra popolazione e numero di utenti.

Nel terzo settore, quello del volontariato e delle attività sociali, una persona su 10 presta la propria opera al servizio degli altri non mi sembra proprio un dato da sottovalutare. Certo, se guardiamo l’Inghilterra numeri ci dicono che loro fanno il triplo di noi, ma la nostra è sempre una buona base su cui lavorare.

E poi ci sono gli imprenditori. Ieri ho partecipato alle celebrazioni per i cinquant’anni di una grande industria siderurgica della provincia di Brescia, dove la cosa che mi ha colpito di più è l’attaccamento delle persone alla propria azienda.

Un’organizzazione che finanzia ai dipendenti corsi da effettuare fuori dalle ore di lavoro per coltivare le proprie passioni, una struttura che organizza ore di yoga all’interno dello stabilimento per migliorare il benessere generale.

Una società che da 10 anni alimenta le attività sportive nel proprio territorio con investimenti ingenti non solo nelle squadre agonistiche ma anche in quelle giovanili, con un progetto semplicemente straordinario di inclusione che permette ai ragazzi disabili di giocare a calcio in un campionato regolamentare.

Un complesso industriale che non ha alcun impatto negativo per la salute dei cittadini e che anzi contribuisce alle operazioni di riciclo dell’acciaio e anche alla creazione di energia rinnovabile sfruttando le attività che avvengono all’interno dello stabilimento.

No, non può essere tutto così brutto. Non possiamo essere quella specie di straccio malandato che sembriamo quando si leggono quotidianamente i giornali.

Certo, ieri una domanda me la sono fatta: che clima ci sarebbe se queste stesse celebrazioni fossero fatte all’Ilva? Per trovare una risposta, bisognerebbe purtroppo entrare in un tema molto complesso che richiama ancora una volta quel bicchiere mezzo vuoto, che dobbiamo fare di tutto per riempire.

Torno allo spunto da cui sono partito, convinzione che sta maturando nella mia testa e che mi piacerebbe trovasse terreno fertile.

Noi non siamo sbagliati, non siamo un popolo brutto corto e manufatto. Non siamo neanche un esercito di evasori, anche se il tasso di persone che non pagano le tasse nel nostro paese è ancora molto alto.

Ci siamo abituati alle cinture di sicurezza, abbiamo imparato non fumare nei locali pubblici, ogni volta che è stata introdotta una novità epocale per le nostre abitudini siamo riusciti a metabolizzarla molto velocemente e a diventare rispettosi delle leggi.

Con l’introduzione di un serio sistema di controllo sulle strade abbiamo ridotto drasticamente la mortalità, quando qualcuno ci dà una regola, noi anche protestando ci adeguiamo e a volte riusciamo anche ad essere migliori di altri.

Il problema però è che queste regole spesso non arrivano mai.

E qui si torna al nostro più grande difetto, quel passaggio culturale fondamentale che dobbiamo fare per noi e per chi arriverà dopo di noi: dobbiamo ritrovare la coscienza civica, la voglia di partecipare alla vita pubblica, dobbiamo cominciare a pensare che ciò che dello Stato e di tutti noi e per questo chiunque ci mette le mani sopra ci deve rendere conto in qualunque momento.

Non dobbiamo inseguire le dichiarazioni dei giornali, ma leggere i programmi elettorali e urlare a gran voce quando non vengono rispettati.

Perché se ci giriamo dall’altra parte e pensiamo che tanto non cambia mai niente, ci assoggettiamo al volere di quelli che additiamo come gli unici colpevoli dei nostri misfatti e diventiamo loro complici.

Uno dei governi recenti ha introdotto l’obbligo di avere il POS per tutte le aziende, uno dei sistemi migliori per evitare l’evasione fiscale e per far emergere i guadagni di chiunque.

Lo stesso governo non ha messo alcuna sanzione per chi non rispetta questo dispositivo di legge. In pratica ha fatto finta di promulgare una legge che non verrà mai applicata. Impariamo a conoscere questi dettagli e ribelliamoci.

Se qualcuno impone delle regole, siamo bravi a rispettarle ed applicarle.

Ma a volte le regole costano voti e allora meglio far finta di niente e tirare a campare.

E allora chiediamole noi. In modo chiaro e inequivocabile, magari riducendo i mandati dei nostri politici, così la voglia di fare bene e lasciare un ricordo sarà superiore a quella di farsi rieleggere per sempre.

E poi emarginiamo quegli sfigati che é sempre tutto brutto. Oltre ad essere noiosi sono anche un po’ fuori moda.